Matteo Curallo, è sua la colonna sonora del docufilm su Kobe Bryant: “Umanità, semplicità, timidezza: questo era lui”

DiStefania Meneghella

Set 23, 2022

Matteo Curallo ha alle spalle una carriera ricca di successi. Compositore e autore ricercato, ha infatti firmato le musiche di Here We Are del regista israeliano Nir Bergman (in selezione ufficiale al Festival di Cannes 2020) ed è stato candidato – nel 2018 – ai David di Donatello e ai Nastri D’Argento come Miglior Canzone Originale per il film The Place. L’artista ha oggi curato la colonna sonora del docufilm Kobe – La Storia Italiana, che tratta il periodo in cui il celebre Kobe Bryant ha vissuto in Italia.


Hai ricevuto numerosi riconoscimenti nella tua carriera, ma com’è nata questa fiammella per la musica? Quando hai capito che sarebbe stata la tua strada?

La passione per la musica è iniziata quando avevo 5 anni: mi hanno portato a lezione di musica e ho iniziato a disegnare le note prima delle lettere. L’altra fiamma è invece nata verso i 12 anni con il primo gruppo e le prime cover. E’ cresciuta perché ho sempre studiato, contaminando la formazione classica con la musica pop e rock.

Hai firmato la colonna sonora del docufilm dedicato al grande Kobe Bryant: durante la creazione di queste musiche, cosa ti ha dato più di tutto l’ispirazione e dove sono nate le idee?

In questo film c’è una componente legata al periodo storico, che è il periodo italiano di Kobe (dal 1984 al 1991). Il mondo musicale di fine ’80 è stato il terreno a cui ho attinto, ovviamente trasformandolo e rendendolo contemporaneo. L’altro aspetto è naturalmente lo scambio con il regista che, in questo caso, è stato molto creativo e mi ha dato molti stimoli. Un momento decisivo è stato sicuramente quando ho visto le prime interviste, da cui sono trapelate le emozioni degli amici di Kobe. Il sentire l’emozione nella loro voce mi ha aiutato nella realizzazione delle musiche. La mia musica – da un lato – sottolinea i momenti di sport, ma la componente emotiva è la più importante.

Kobe Bryant è stato una vera e propria leggenda del basket: nel corso della tua composizione, cos’ha rappresentato per te questo grande personaggio?

Nonostante ci siano stati molti momenti emotivi, è un docufilm che vuole parlare di un momento gioioso e di Kobe bambino. Rappresenta infatti la parte di lui che gioca. All’epoca il gioco era per lui già un’ossessione, soprattutto grazie a questa grande determinazione che aveva. In tutte le interviste e in tutte le immagini, emerge una grande umanità, semplicità, una timidezza: i suoi occhi erano sempre gentili e dolci. Ci sono inoltre interviste più recenti in cui racconta i suoi periodi in Italia, e lo fa con una grande verità e autenticità.

Hai composto anche due inediti in collaborazione con il rapper Danomay: com’è nato il vostro incontro e com’è stato lavorare insieme?

Danomay è stato molto bravo nel cogliere un aspetto emotivo e profondo di alcune caratteristiche di Kobe. Le paure e le incertezze possono esserci, ma lui aveva questa determinazione feroce e incredibile. Tutto questo è stato incastonato durante il docufilm, ed era interessante inserire un rapper italiano e contaminare questo genere americano con la parte italiana di Kobe. Il nostro incontro è nato grazie a Mario Cianchi, l’editore che ha collaborato all’organizzazione della colonna sonora. E’ stato molto piacevole scoprire un talento giovane, che è anche molto acuto e rigoroso nel lavorare con le parole. E’ una cosa che a me piace molto.

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Quali sono, secondo te, gli elementi principali che una colonna sonora deve avere per rappresentare a pieno il significato del film?

Ce ne sono sicuramente tanti: il primo è il rispetto per il film. Sembra una cosa banale ma la musica – per quanto fondamentale – è a servizio della storia e del modo in cui il regista decide di raccontare questa storia. Da un punto di vista sostanziale, un altro elemento è la capacità di lavorare sulle emozioni: rappresentare cioè – attraverso le note – un momento gioioso, di ballo, scatenato, oppure un’emozione più drammatica. Quello che conta è la capacità di legarsi all’immagine e alla storia per dare qualcosa di più, ma anche di trasformare il rapporto tra la musica e l’immagine. L’aspetto fondamentale è creare un connubio tra questi due elementi, in modo che siano perfettamente fusi. E’ il regista che decide di dosare questi elementi, e quindi chiaramente il rapporto tra il compositore e il regista è importante: deve esserci prima di tutto sintonia.

Quali sono i tuoi futuri progetti? Puoi anticiparci qualcosa?

In questo momento ho un progetto che però non posso ancora anticipare.

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