Lorenzo Palmeri racconta il suo nuovo album: “Nasce da una mia urgenza creativa” | L’unione tra musica e design

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Progettista muldisciplinare, architetto e musicista, Lorenzo Palmeri si occupa di un aspetto per lui fondamentale: la progettazione. E’ stato allievo di Bruno Munari e Isao Hosoe (con cui ha collaborato per vari anni) e, nel 1997, ha insegnato presso le più importanti scuole di design nazioni e internazionali. Nel 2017, è stato invece nominato tra gli ‘Ambasciatori del Design Italiano‘ nell’ambito dell’Italian Design Day.

Il suo percorso lavorativo e progettistico si è sempre basato anche sulla musica, una delle sue più grandi passioni. Ascoltando i suoi brani sembra infatti quasi di viaggiare all’unisono con i suoi lavori, e di scoprire la bellezza e la magia del design. La sua carriera vanta numerose collaborazioni, come quelle con Saturnino, Andy, Franco Battiato e Pacifico. Oggi ritorna sulla scena musicale con il suo nuovissimo album ‘4 (Crediti cosmici dance floor)‘, distribuito da iMusician Digital. Il disco spazia tra vari generi musicali e racconta, in chiave originale, la vita quotidiana da un punto di vista più profondo e significativo.


Com’è avvenuto il tuo primo approccio alla musica? C’è stato un momento particolare nel quale hai compreso che questa sarebbe stata la tua strada?

Mi sono avvicinata alla musica, incontrando uno strumento musicale. Nella mia casa, c’era una tastiera elettrica su cui ho iniziato a suonare. Ho interpretato canzoni televisive e, improvvisamente, ho iniziato a scrivere dei brani. Ho cercato di tirar fuori dei suoni miei: ho poi iniziato a suonare il pianoforte intorno ai 16 anni e, verso i 17-18 anni, composizione.

Oltre ad essere musicista, sei anche architetto. Quali sono le principali similitudini che riscontri tra questi due ambiti? Come riesci a conciliare queste due professioni, apparentemente molto diverse tra loro?

In realtà, io mi occupo solo di una cosa: la progettazione. La categoria della progettazione abita sopra le discipline: ogni disciplina chiede studio, approfondimento, esperienza. Non credo nell’improvvisazione ma, allo stesso tempo, credo che il vero valore abiti ad un livello superiore rispetto alla tecnica. Da un punto di vista temporale, mi divido cercando di organizzarmi il meglio possibile. Da un punto di vista concettuale, mi sembra invece di occuparmi di qualcosa di molto simile.

Parliamo del tuo nuovo album ‘4 (Crediti cosmici dance floor)’. Come nasce l’idea per questo progetto?

Questo è il mio quarto album: tra il primo, il secondo e il terzo, sono trascorsi quasi cinque anni. Tra il terzo e il quarto, avevo deciso di non far passare tutto quel tempo. Mentre stavo registrando il mio scorso album, stavo già lavorando alla scrittura di questo. E’ poi accaduto il lockdown, e l’ho successivamente rivisto: ci ho messo dunque quasi due anni, e sono arrivato a questo risultato finale. L’idea di questo album nasce da una mia urgenza creativa: a un certo punto, sono iniziate ad emergere in me delle canzoni e ho quindi seguito questo mio pensiero.

Da dove deriva invece l’idea di questo titolo un po’ particolare?

C’è una storia molto significativa dietro. Avevo deciso di intitolarlo ‘4′, già mentre facevo il primo disco. Ho pensato già allora che, se avessi fatto il quarto album, l’avrei chiamato ‘4. Il 4 è un numero che, in tantissime tradizioni, simboleggia il passaggio sulla Terra. E’ il simbolo della relazione che noi esseri umani abbiamo con la vita. E’ un quadrato, una struttura instabile e fissa: se lo si immaginasse tridimensionale, cadrebbe. Ha quindi una struttura instabile (come la vita sulla Terra), e ha inoltre un perimetro (che è un altro grande classico sulla simbologia della nostra vita sulla Terra). Mi affascinava molto questo concetto, perché è in tante tradizione ancestrali. ‘Crediti cosmici dance floor‘ è invece un gioco di parole: ‘Crediti cosmici‘ rappresenta per me la sensazione di incappare in cose che sono state previste per noi, certi incontri con certe persone, certe cadute, i dolori, i luoghi, i sogni che restano lì (alcuni si realizzano, alcuni no). Non si sa bene il perché accada quella determinata cosa. ‘Dance floor‘ è come dire che, tutto questo disco, è una pista da ballo su quel livello lì.

Qual è invece il messaggio che, più di tutti, vuoi trasmettere?

Me lo sono chiesto tante volte perché, nel mio essere designer e architetto, ho capito che mi interessa più vedere il servizio anziché dover necessariamente esprimere un proprio stile. Nella musica, mi interessa molto l’idea del servizio: esprimo ovviamente una complessità, e il mio album non è affatto univoco (si basa su differenti generi musicali). Mi viene naturale creare brani che abbiano tanti colori e sapori: non c’è un unico messaggio. Forse, quello principale è questo: nella diversità e nella complessità che ognuno di noi ha, c’è la nostra forma.

Tra quelli da te interpretati nell’album, c’è un brano a cui sei particolarmente legato?

Dipende dal momento. I miei brani sono sicuramente come ingredienti di un piatto: a volte, si ha voglia di piccante, altre volte di dolce. Riconosco questo nel mio album: a seconda dei momenti, ho voglia di una canzone o di un’altra.

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Cosa ti riserverà il futuro? Ci sono già dei progetti in ballo?

Stiamo organizzando alcune date, in modo da portare questo album dal vivo. Sto già lavorando ad altri due progetti discografici: uno di musica strumentale (insieme ad un gruppo internazionale molto interessante) e un nuovo mio album. Se tutto va bene, verso l’autunno 2022 dovrebbero uscire entrambi.

Intervista a cura di Stefania Meneghella