Francesco Sacco torna sulla scena musicale con il brano Kabul. Cantautore e polistrumentista milanese, ha iniziato la sua carriera organizzando eventi musicali. Ha poi scritto e prodotto brani per altri artisti, ed è stato selezionato come compositore per brand di moda come Marni. Con questo nuovo progetto musicale, Francesco parla dei conflitti in Medio Oriente ma soprattutto di una società basata sul capitalismo e sulle continue (e incessanti) contraddizioni.


Com’è nato il tuo primo approccio alla musica? Quando hai compreso che sarebbe stata la tua strada?

Io ho sempre suonato, anche se non vengo da una famiglia di musicisti. Da quando avevo 6 anni ho iniziato ad esprimere il desiderio di iniziare a suonare e, non avendo dei genitori particolarmente vicini a questo campo, sono rimasti un po’ straniti. Mi iscrissero a chitarra classica, e così è avvenuto il mio primo approccio alla musica, in un ambiente molto accademico come quello della musica classica. Da adolescente ho scoperto altri generi come il blues, il pop e il rock; contemporaneamente sono diventato un grande lettore di letteratura americana. Questo mi ha portato ad iniziare a scrivere i miei primi giri di accordi e le prime poesie, che ancora non potevo definire dei testi veri propri: poi sono riuscito a mettere insieme le due cose, componendo così le mie prime canzoni. Quando sono arrivato a Milano mi sono preso un breve periodo di pausa: ho lavorato come giornalista musicale, ho fatto il DJ, ho fatto diversi lavori per pagare l’affitto. Superato questo momento, ho sentito il bisogno di dedicarmi ad un progetto da solista che mi ha portato a pubblicare il mio primo album, nel 2020, intitolato “La voce umana”.

Parliamo del tuo ultimo singolo Kabul, in uscita il 22 aprile. Come nasce l’idea di parlare dei conflitti in Medio Oriente?

L’idea dei conflitti in Medio-oriente è un po’ una casualità. L’idea è venuta quest’estate, quando i talebani hanno riconquistato Kabul, ed ho notato sui social la reazione molto forte e molto violenta di tante persone. Il brano più che dei conflitti in sé parla del capitalismo e dei suoi crimini, dell’instabilità politica provocata dalle potenze mondiali. Nei giorni in cui partì la riconquista dei talebani, stavo vivendo dei giorni off dopo il tour e mi sentivo un po’ in colpa, perché purtroppo non c’era granché che potessi concretamente fare. Ho colto così l’occasione per comporre il brano che, più che dare delle risposte, cerca di porre le giuste domande: viviamo in un sistema che ci fa accettare queste cose, quindi dobbiamo chiederci se ci troviamo bene in questo mondo tardo-capitalista. C’è anche questa frecciatina al mercato della musica e dell’arte che tante volte privilegia la commerciabilità di un’opera piuttosto che il valore della stessa. Quindi tante volte se cerchi di far passare un messaggio rischi di non trovare il canale adatto; ho unito così un testo molto arrabbiato con una base musicale più semplice di quello che sono abituato a comporre.

Si parla di diritti umani e delle contraddizioni presenti nella società. In un periodo come quello che abbiamo vissuto e che continuiamo a vivere (a causa della pandemia e della guerra), secondo te quanto può essere importante la musica e quanto incide sul percorso e sulla salvezza di ognuno di noi?

Potenzialmente può incidere tantissimo, sostanzialmente molto poco. La musica è inevitabilmente è un mercato quindi devi sottostare ad una serie di regole di mercato: da qui nasce anche l’idea alla base del brano, perché a chiunque ormai viene “imposta” l’idea di creare un brano adatto essere nelle playlist delle persone. Questo delle playlist è diventato ormai un ascolto passivo, in cui ascolti senza badare al contenuto della canzone.

Il tuo è sicuramente uno stile musicale molto originale: come ti sei approcciato a questo genere? Cosa c’è dietro la costruzione del tuo stile?

Kabul, e il disco che la contiene che uscirà in seguito, è il mio primo lavoro col quale mi approccio ad altre persone. Ho lavorato con Luca Pasquino, un collega ed amico che conosco da tantissimo tempo; ho lavorato anche con due ragazzi che ho conosciuto più di recente, che sono Paralisi e xx.buio, che sono due producer e musicisti di Livorno. Abbiamo cercato di fare un’operazione “pazzerella”: la mia musica è sempre stata piena di rimandi al passato, piena di citazioni di cantautori del passato. Abbiamo cercato di asciugare questa caratteristica e renderla al contempo più chiara, in modo da rendere più chiaro la veste che intendiamo dare al brano.

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Sulla copertina del singolo, appari su un cavallo. Cos’ha rappresentato per te e per la tua musica questo bellissimo animale? Perché hai deciso di inserirlo?

La copertina acquista un po’ di senso quando le vedrete tutte, perché sono legate. Ho lavorato con Lucrezia Testa Iannilli, una fotografa e performer che lavora spesso con gli animali ed in particolare coi cavalli. Mi è piaciuto questo contrasto tra mondo umano e mondo animale, nel senso che siamo gli animali più complessi e disfunzionali sul nostro pianeta e questo è un tema molto presente nel disco. Così è nata questa sinergia con Lucrezia.

Quali sono i tuoi futuri progetti? Puoi anticiparci qualcosa?

Vorrei dare una grande importanza ai live, dopo il periodo che abbiamo attraversato. Ho deciso di abbinare ad ogni singolo degli appuntamenti live a Milano, di cui il primo sarà il 22 aprile al Plastic, che è una discoteca molto particolare e che ha fatto la storia.

Intervista a cura di Stefania Meneghella

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