Le otto montagne

Facebook: Paolo Cognetti


Avverto una leggera emozione a scrivere queste parole, la stessa emozione che ho avvertito leggendo il romanzo di cui parlerò oggi. “Le otto montagne” (Einaudi Editore) del celebre autore Paolo Cognetti.
Non una storia ordinaria, la sua. Nemmeno una storia come tante altre.

La sua storia. Semplicemente la sua storia.

Ma anche la storia di tutti noi, di tutti noi che vorremmo fuggire da questa quotidianità che ci avvelena l’anima, dal caos che solo un mondo come questo è in grado di darci, e dalla gente che spesso ci ferisce.

Volare in un luogo lontano, dunque. Un luogo alto quanto i pensieri. Un luogo che prende il nome di montagna.

Vicende autobiografiche, quelle raccontate in queste pagine. Ma anche vicende fantasiose, a volte.

La natura, il silenzio, i pensieri che si trasformano in ali e, sopra ogni cosa, l’amicizia. Un valore forse dimenticato, ma ancora ben presente da qualche parte nel cosmo.

L’amicizia tra Bruno e Pietro. Due mondi apparentemente diversi ma in qualche modo vicini, legati da un valore inestimabile che può sorgere solo in luoghi come quelli citati dall’autore. Lontani da tutto, lontani da tutti, lontani da ciò che distrugge i pensieri.

Il romanzo di Cognetti lascia il segno, come tutte le cose vere, come tutti i valori che solo la natura è in grado di donarci, come tutti quei piccoli momenti fatti di silenzio che cerchiamo nel nostro inconscio più profondo.

Lascio piacevolmente la parola all’autore, con l’augurio più grande di proseguire in questo suo percorso fatto di luoghi distanti dal corpo ma vicini al cuore.

copertina


D: Il suo romanzo “Le otto montagne” è tratto da una storia vera, la sua frequentazione assidua della montagna. Tra le pagine da lei scritte, dove si ferma la realtà e dove inizia la fantasia?
R: La realtà è nei luoghi, nelle persone, nei legami che si stabiliscono con la montagna. Le vicende sono invece a volte invenzioni a volte sogni. Io preferisco immaginarle come sogni, mentre le persone e i luoghi sono assolutamente ispirati alla realtà.

D: La natura – la montagna, appunto – è un elemento primordiale della storia. Che ruolo ha la natura nella sua vita?
R: Ha avuto un ruolo di cura ad un certo punto della mia vita; c’è un libro a cui sono molto legato di un naturalista inglese intitolato “Natura come cura”. A un certo punto sono andato in crisi e ciò è coinciso con un desiderio di fuga dalla città. Sono andato a vivere in montagna e ho iniziato una vita diversa, che ho avvertito più piena. Mi ha dato essenzialmente molti frutti, tra cui questo libro.

D: Quanto pensa che il restare a contatto con la montagna possa influire sulla sua capacità di scrittura?
R: Moltissimo. Sento che il modello di vita della città sia invadente e rumoroso e porta molta distrazione; basti pensare ai mezzi di comunicazione che hanno più che altro il potere di intrattenere. La scrittura nasce invece da un vuoto, da una solitudine e da un silenzio, elementi che io ho ritrovato in montagna.

D: Come definirebbe le differenze e le analogie tra Bruno, il protagonista, e Pietro?
R: Sono due persone diverse: uno sta fermo, l’altro viaggia; uno è stato cresciuto da una famiglia istruita, l’altro invece da montanari. Si riscoprono amici più per le loro differenze che per le loro somiglianze; la loro è un’amicizia tra opposti, complementari.

D: Il suo è un romanzo completamente incentrato nelle cose semplici, nella bellezza, nel silenzio, nella natura che spesso è in grado di salvarci. Come pensa che ognuno di noi possa ritrovare questa dimensione, che ormai sembra che stia svanendo pian piano?
R: Io direi che bisogna cercare di mantenere un rapporto privato con la lettura; sento che il rapporto tra l’uomo e la lettura attualmente sia compromesso, e penso che sia necessaria una vicinanza con la natura, per trovare un proprio angolo di raccoglimento.

D: Qual è la definizione che darebbe alla solitudine, intesa come silenzio? E’ qualcosa di positivo o negativo per la nostra sopravvivenza?
R: Sono ambivalente su questo aspetto e la soffro molto. Mi capita di stare molti giorni solo ed è una dimensione che diventa anche dura. Ne ho bisogno ma dopo un po’ scappo via.

D: Qual è il ricordo più vivo che conserva nel cuore di quei giorni trascorsi sulle Alpi?
R: Dei ricordi di giorni trascorsi a camminare. Tutti gli anni passeggio da un rifugio all’altro, dormo fuori da qualche parte e sto tre/quattro giorni con il mio cane e il mio zaino. Giorni di incredibile energia, libertà e meraviglia.

D: Cosa è in grado di insegnarci la montagna secondo lei?
R: In questi giorni così drammatici anche legati alla montagna, direi che ci può insegnare a riscoprire un rapporto di conoscenza e rispetto con l’ambiente in cui viviamo, siamo convinti di aver civilizzato tutto e che tutto può essere sfruttato dall’uomo, ma ci sono ambienti pericolosi o tragici a cui l’uomo si deve anche adattare. Per me la montagna è la necessità di capire il mondo che abbiamo intorno.

D: Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere al lettore con questo suo romanzo?
R: L’amicizia è un valore dimenticato. Siamo in un’epoca in cui pensiamo che i valori più alti siano nella coppia e nella famiglia. Io volevo invece scrivere una storia che avesse l’amicizia come tema centrale.

 

 

Recensione ed intervista a cura di Stefania Meneghella

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