Fernanda Pivano: un grazie grande come l’America

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Che tradurre sia anche un po’ tradire è vero, ognuno ne fa esperienza nel momento in cui si confronta con una qualsiasi lingua straniera.

Molti, però, non sanno di dover ringraziare la più grande traditrice italiana di sempre: Fernanda Pivano, che nella vita è rimasta strettamente fedele al suo amore per la letteratura.

Se ti sono mai capitati tra le mani libri di Kerouac, Hemingway, Allan Poe, Fitzgerald e Bukowski, sappi che, se ora ti è data la possibilità di leggerli, è merito suo.

Donna forte e testarda, nata a Genova nel 1917, si appassiona alle lingue da bambina, grazie alla madre con origini scozzesi. A Torino, mentre frequenta il liceo classico, avviene un’importante svolta nella sua formazione: oltre ad avere Primo Levi come compagno di banco, infatti, è alunna di Cesare Pavese per un anno. Il suo supplente di lettere, infatti, collabora con Einaudi e organizza dei laboratori di letteratura comparata, ai quali partecipa anche Fernanda. Pavese le procura volumi di letteratura americana, la cui diffusione era al tempo ostacolata dai divieti fascisti, e proprio da quelle letture nasce la prima traduzione importante di Pivano: Antologia di Spoon River, capolavoro poetico di Edgar Lee Masters. Il suo professore consegna il manoscritto a Einaudi, che viene poi commissariata a causa del titolo ingannevole. La raccolta, infatti, viene pubblicata nel 1943 con il nome di “S: River”, così da poterlo ricondurre a un ipotetico santo ed evitare la censura. Ma Fernanda Pivano sfodera il vero coraggio iniziando a tradurre “Addio alle armi” di Hemingway, autore parecchio inviso a Mussolini e di conseguenza vietato in Italia. La risolutezza di questa giovane donna fa sì che tra traduttrice e scrittore nasca una lunghissima amicizia, a seguito dell’incontro a Cortina, tanto bramato da Hemingway.

La casa di Nanda, come si faceva chiamare, è stata anche un continuo via vai di artisti e grandi intellettuali, sia prima che dopo il suo agognato viaggio oltreoceano nel ’56. Bob Dylan, Faulkner, Dos Passos, Miler, Carver, Borroughs, tutti incontri che non potevano non arricchire le sue traduzioni, la cui teoria di base era quella di conoscere prima il Leitmotiv di un autore e poi quello dell’opera. Di altre opere, invece, è fonte di ispirazione: è il caso del suo carissimo amico Fabrizio De André, che nel 1971 si ispira a Spoon River per l’album “Non al denaro non all’amore né al cielo”.

Inoltre, Fernanda firma diverse prefazioni, tra cui quella di “On the road” di Kerouac e di “Voi non sapete cos’è l’amore” di Raymond Carver, e porta avanti la battaglia di inserire parolacce e termini spinti nella traduzione di “Urlo & Kaddish”, di Allen Ginsberg.

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La passione per la letteratura anima la sua vita, che però non è risparmiata dal dolore. Pavese, il quale le chiede la mano ben due volte e deve accettare un doppio rifiuto, si suicida pochi giorni dopo che lei non gli concede un’uscita serale insieme. Stesso epilogo tocca a Hemingway, che si spara un colpo di fucile in testa. La sofferenza di Fernanda Pivano, dopo l’aver perso due uomini così importanti per lei, arriva al culmine quando il marito Ettore Sottsass la lascia per un’altra ragazza più giovane. E Nanda, tenace, si sposta da Milano a Roma, per tornare a tradurre. In quel periodo dichiara: “I miei libri alla sera quando torno non mi accendono più la luce”.

Cara Ferdinanda, se ora i nostri libri brillano sui comodini, è merito tuo, che i libri, e i loro autori, non li hai mai traditi. E loro, per fortuna, non hanno tradito te.

Di seguito, la meravigliosa intervista che F. Pivano realizzò a De André, dalla quale è tratta la citazione a inizio articolo: http://maso.altervista.org/percorsi_incrociati/spoonriver/intervista_pivano_de_andre.php

Articolo a cura di Marta Spadaro