antonio abbate si raccontaAntonio Abbate si racconta (foto gentilmente concessa dal suo uff. stampa) kosmomagazine.it

Antonio Abbate è un giovanissimo regista che ha già alle spalle una carriera fatta di primi passi e diverse esperienze artistice.

Una fra tutte è la sua collaborazione con il regista americano Michael Mann, con cui ha lavorato come assistente personale. Il suo nome compare infatti nei titoli di coda di Ferrari, l’ultimo film di Mann che è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2023. Dopo aver lavorato – sempre come assistente alla regia – su diversi set internazionali, ha adesso debuttato al cinema con il lungometraggio di genere thriller Phobia, diretto da lui e che vede come protagonista Jenny De Nucci nei panni di Chiara.

Ce ne ha parlato proprio Abbate, raccontandosi sulle pagine di Kosmo Magazine e parlando della sua vita presente e futura.


Com’è nato il tuo primo approccio al mondo del cinema e alla regia? C’è stato un momento in cui hai compreso che sarebbe stata la tua strada?

Sono stato, sin da subito, un grande cinefilo: guardavo di tutto. A un certo punto è però entrata la consapevolezza che, oltre a guardare film, avrei provato a dare un contributo mio. Ho così frequentato un’Accademia di Cinema e ho lavorato su set nazionali e internazionali come aiuto regista.

Sei giovanissimo ma hai già una grande carriera alle spalle: sei infatti stato assistente personale del regista Michael Mann. Cosa ti ha lasciato lui più di tutto e cosa ricordi di quel periodo?

È stata un’esperienza da cui penso di aver imparato molto, lui è senz’altro un regista che ho sempre ammirato tantissimo. Qualcosa che penso più di tutte mi abbia lasciato è il suo processo creativo, il modo in cui lui prepara una scena. Dietro ogni inquadratura c’è una preparazione estremamente dettagliata, curata, meticolosa che è comune a pochi registi come metodo. E’ interessante vedere come questi film, che sono dei capolavori, non siano frutto del caso ma frutto di tanto lavoro dietro le quinte.

Il tuo primo debutto al cinema come regista è avvenuto con il film Phobia, che è uscito nelle sale. Dove nasce l’idea per questo progetto?

Non l’ho scritto io, nasce da una sceneggiatura di Michele Stefanile e Giacomo Pio Ferraiuolo. Se in un primo momento la sceneggiatura andava più su delle derive horror, insieme lo abbiamo rielaborato per far assumere le sembianze del film thriller e del film giallo che è oggi. Penso che in questi termini sia molto interessante.

Si tratta di un thriller che ha come protagonista la giovane Chiara: come ti sei approcciato a questo genere cinematografico?

I film gialli e thriller erano stati importanti per la mia formazione cinematografica negli anni dell’adolescenza. Sono quindi arrivato abbastanza preparato per quanto riguarda il genere.

Qual è il messaggio più importante che questo film vuole lasciare al pubblico?

Io penso che i film di genere che ammiro molto sono quelli che, oltre a presentare delle storie che sono intriganti, trasportano un messaggio social e parlano di una problematica della società di quel momento. Alcuni film di genere rappresentano paure e ansie della società contemporanea, e anche qui è stata preziosa l’occasione per parlare della salute mentale. Il modo in cui la famiglia di Chiara si approccia a questo suo problema rappresenta tristemente ancora uno dei modi in cui questo problema viene stigmatizzato. Questo progetto si fa carico di portare anche questo messaggio.

Futuri progetti?

Non posso dire troppo, ma spero di potervene parlare presto.

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