Anna Maria Saponaro, i suoi ultimi due lavori: il tempo e la vita per l’artista

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Si ha un’unica sensazione quando si guarda “Le ali del tempo” di Anna Maria Saponaro: leggerezza. Il cuore si fa infatti sincero e trasparente, e riesce ad accogliere tutta la bellezza di questa tela.

Si riesce persino ad ascoltare i pensieri dell’artista che, con la magia del suo pennello, rappresenta l’impossibile. E’ il tempo il vero protagonista dell’opera, ma non un tempo ordinario: un tempo che vola. Il tempo di Anna Maria Saponaro viaggia in mondi indistinti e irraggiungibili: un volatile si aggrappa ad esso e lo dona a lui. L’uomo è nudo e, sincero nelle sue trasparenze, guarda il suo tempo come se fosse un miracolo.

“Le ali di un tempo” di Anna Maria Saponaro

Lo guarda, ammirando anche sé stesso, e lo fa spogliandosi di ogni paura e fragilità. Il tempo vola, e vola in una maniera smisurata: nel cielo che accoglie i sogni di chi ci ha creduto sin dall’inizio. Accoglie la vita, il cielo. Ma anche il tempo che abbiamo vissuto, e che non ci è mai sfuggito di mano: il tempo che abbiamo costruito e su cui ci siamo appoggiati dall’inizio. “Le ali del tempo” è semplicemente un monito a tutti coloro che lo temono, il tempo. Ma anche a coloro che vorrebbero prenderlo con tutte le loro forze, e non lasciarlo andare mai. Troppo prezioso e unico. Il tempo esiste ed è lì: diventa così un dono per chi non crede in lui e per chi lo ha sempre temuto dal più profondo del cuore. Per chi lo cerca e non l’ha ancora trovato.


“La vita come una corda” di Anna Maria Saponaro parla soprattutto di esistenza: quella che resta nella penombra di ciò che abbiamo amato. C’è soprattutto il ricordo, ma anche il mondo che abbiamo segnato. C’è la vita, a cui ci aggrappiamo con tutte le nostre forze: poi, c’è l’anima di chi ci ha creato.

“La vita come una corda” di Anna Maria Saponaro

E ci siamo noi: con lo sguardo basso e i capelli ricci. A riflettere su tutto, a ricordare, a continuare ad amare, a stringere forte quella corda in cui abbiamo sempre creduto. Con la sua nudità, il protagonista dell’opera afferra la sua esistenza e la stringe forte, proprio come se fosse un bambino da non lasciare andare. Dietro di lui, in trasparenza, l’altro suo corpo che, fatto di paure e insicurezze, preferisce non guardare. Anzi, si volta di lato e sogna di essere sé stesso. Nessuno dei due ammira lo spettatore: entrambi sono assorti da pensieri fatti di ghiaccio, e che non è dato sapere a chi li guarda. Sono misteri, i loro: misteri trasparenti, appunto.

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Ma anche misteri celestiali, proprio come il luogo in cui sono stati catapultati. Un universo celeste, sincero, impregnato di una speranza unica ed incredibile. Loro sono lì, e anche lo spettatore lo è: i tre si ritrovano dunque in quel cielo irraggiungibile e, pian piano, si immobilizzano in unico luogo. Si guardano negli occhi e, come non era mai accaduto prima, si riconoscono.

Finalmente accade. Accade che la vita la si aggrappa come si fa con una corda, e non la si lascia andare più.

Recensioni a cura di Stefania Meneghella