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Colloquiando con don Cristiano Mauri, attualmente rettore del Collegio Arcivescovile A. Volta in Lecco, abbiamo cercato di dare un senso all’apparente crisi di fede cristiana che sta attraversando gran parte del mondo occidentale. Una consolante interpretazione da parte del sacerdote è stata che la chiesa attuale starebbe vivendo un tempo di tramonto, ciononostante, questo periodo è un tempo da accogliere con fede, attendendo con fiducia ciò che verrà: anche nell’arco della giornata, l’intervallo della sera ha un suo fascino particolare, poiché porta già con sé i semi di un nuovo giorno che sta per nascere.  “Bisogna tornare alle relazioni, alle dimensioni basiche, alla semplicità del poco; in sostanza, al Vangelo e alla sua lettura, al servizio ai poveri, alla condivisione fraterna, alle relazioni autentiche, alla comunità: si deve poter percepire all’interno della Chiesa la presenza di un Padre operante”. Ed è con queste parole di speranza che ci apprestiamo ad introdurre alcune riflessioni sulla nota parabola del Padre Misericordioso. Scrive don Cristiano:

“Il figlio maggiore, quello della famosa parabola, è uno di quelli che difende la verità.
La verità di un fratello degenere e pervertito.
La verità della propria osservanza impeccabile.
Il padre, quello della stessa parabola, è uno di quelli che difende la verità.
La verità di un figlio morto, rinato e da amare più della propria vita.
La verità di un altro figlio da sempre e in tutto immerso nell’amore del padre.
Il figlio maggiore e il padre difendono entrambi la verità.
Uno per odiare e uccidere. L’altro per amare e salvare.
Ma solo una delle due è anche Verità.
Quella di chi salva sempre e sempre dà la vita”.

 

D: Caro don Cristiano, in questa parabola osserviamo come il rapporto dei due figli verso il padre sembri disciplinarsi in base alle regole del commercio, piuttosto che da un sincero rapporto filiale: può spiegarci questa singolarità?

R:In effetti i due sembrano sindacalisti intenti a rivendicare diritti e la parabola, da questo punto di vista, ha dei toni agghiaccianti. È intento del narratore creare una forte tensione tra il modo con cui i due figli vivono il rapporto con il padre e come invece quest’ultimo si comporta. Perciò i tratti del loro comportamento sono volutamente marcati, perfino esasperati, tanto da farli apparire col cuore di pietra. La logica commerciale che li caratterizza sostiene un atteggiamento ben preciso che è quello della autosufficienza assoluta. Bastare a se stessi, pensandosi come soggetti a sé stanti, rispetto ai quali il mondo circostante – cose, persone, situazioni… – non ha altro che un ruolo meramente funzionale e utilitaristico. Chi si concepisce così prende ciò che gli serve, con i mezzi o con la forza, senza troppi scrupoli. Nel figlio minore è molto evidente, in quello maggiore è più latente, ma nelle sue rimostranze finali il suo ripiegamento personale ha il gusto del desiderio di autosufficienza. In definitiva, il problema dei due è non credere, o non voler credere, all’abbondanza gratuita quale legge della casa del padre.

D: Di cosa va in cerca il fratello minore che già non possieda nella casa paterna?

R: Soddisfazione, se vogliamo restare fedeli alla narrazione. Ciò che in casa aveva, prima ancora della ricchezza e del benessere, era colui che di tutto ciò gli faceva dono, il padre. Il vero tesoro era lui, insieme alla grazia di essergli figlio. Ma ciò non pare bastargli perché il giovane sembra concentrato sui beni, convinto che siano loro a garantirgli la vita e la felicità. È l’inganno comune: la convinzione che sia l’abbondanza di beni a saziarci in modo definitivo, ma è esperienza quotidiana che i beni siano necessari ma non sufficienti alla nostra soddisfazione.

D:Come vede la situazione dei giovani d’oggi che vengono sempre più rappresentati come ragazzi svogliati, superficiali o poco sensibili ai valori autentici della vita?

R:Non nascondo che faccio una certa fatica ad affrontare il “tema giovani”, non solo per il fatto che il mio osservatorio è comunque ristretto a poche decine di ragazzi, ma anche perché avverto, ogni volta che dialogo con loro, che c’è qualcosa che mi separa da loro che è più della semplice distanza generazionale. Quando li incontro ho la sensazione molto netta di affacciarmi su “un altro mondo”, su una realtà che ha caratteristiche fortemente distanti da quella che vivo io. Il modo di pensarsi, di percepirsi, di costruire la propria identità, di entrare in relazione, di interagire con gli eventi, di raccogliere informazioni, di strutturare l’impegno, di gestire la responsabilità… È vissuto ed espresso nella maggior parte dei casi secondo un linguaggio che mi suona straniero.
Credo che prima di esprimere un qualsiasi giudizio su di loro bisognerebbe dedicare molto molto tempo ad ascoltare ed imparare il linguaggio con cui codificano e decodificano la realtà.
Dunque per ciò che riguarda più strettamente la domanda, mi pare che una simile lettura sia una maniera sbrigativa per elaborare, invece, un problema di contatto.

D: Quale grado di responsabilità hanno i giovani che si perdono nelle spirali delle dipendenze o di una condotta di vita sbagliata?

R: Difficile dare una risposta definitiva considerata la varietà delle situazioni e delle motivazioni collegate. Certamente considerarli esclusivamente vittime di un contesto non favorevole o dell’influenza negativa di alcune figure è una lettura semplicistica. Credo che però l’approccio più produttivo, qualora ci si trovi a fronteggiare situazioni del genere, sia quello di aiutarli a sentire e apprezzare la responsabilità nel fare il passo per uscirne.

D:Con il suo giudizio inequivocabile e perentorio, il fratello maggiore esplicita un atto di aperta condanna morale ai danni del fratello ritrovato. Questa reazione può essere, a suo avviso, condivisibile?

R: Comprensibile, forse, ma difficilmente condivisibile. Il figlio maggiore, con il suo modo di esprimersi, dimostra totale assenza di empatia con il fratello che, addirittura, guarda come nemmeno fosse tale, tanto che si rivolge al padre dicendo: «Questo tuo figlio…».
Il comportamento del figlio più giovane è stato indiscutibilmente riprovevole, ma il piano morale è solo uno tra i diversi che vanno tenuti presenti nel porsi di fronte alle situazioni e, ancor di più, alle persone. La priorità della salvezza della persona non può essere discussa. E quando una persona si salva, non si può che avere una sola reazione: la gioia per il riscatto ottenuto.

D: Ci parli della figura del padre nella parabola presa in esame:

R: C’è una parola d’ordine che guida il suo agire ed è «comunione».
Alle scelte autodistruttive e lesive nei suoi confronti da parte dei figli, risponde restando semplicemente padre. Vuole rimanere tale per i suoi figli, qualunque cosa loro vogliano fare di lui e di se stessi.
Non è semplicemente un «padre misericordioso», è molto di più.
Sembra quasi affermare: «Provate a impedirmi di amarvi se siete capaci, provate a cancellare in voi i miei tratti. Nulla di ciò che farete, a qualsiasi distanza andrete, qualunque forma prenderete voi resterete miei figli e io padre vostro. Io non posso pensarmi senza di voi, perché senza di voi non sono più io».
Perciò la comunione coi suoi figli è la sua economia, la sua giustizia, il suo unico criterio di relazione e di decisione. La Comunione che il Padre offre non è in alcun modo determinata dal comportamento e nemmeno dalla comprensione dei figli. Essa è data, punto.
È un’identità, è l’identità di quel padre. È quest’identità del padre a stabilire l’identità dei due figli: «Tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo».
Non conta il passato, non contano i rifiuti, i tradimenti, le prese di distanza, tanto che il padre non fa domande su quel che il minore ha fatto prima quando si trovava lontano da casa.
Questa è la voce della Misericordia di Dio che emerge dal racconto: «A te che mi rifiuti fino ad uccidermi, a te che ti autodistruggi nella tua solitudine orgogliosa, a te che hai tentato di cancellare la nostra familiarità io mi consegno per restarti a fianco come Padre della vita, costruendo per te e con te una nuova famiglia, ancora più ricca e piena di quella che hai creduto di poter rigettare».

D:Perché, a suo parere, alcuni sacerdoti contemporanei corrono il rischio di diventare “dei faccendieri” delle cose di Dio esponendosi al pericolo di mal interpretare l’autenticità del loro ministero?

R: Credo che bisognerebbe chiederlo anzitutto ai loro vescovi. Non è affatto raro che, almeno per quanto riguarda la mia diocesi, a un sacerdote vengano affidati una quantità di incarichi tale da renderlo a tutti gli effetti un faccendiere. Se un parroco si trova a dover seguire 5 o 6 parrocchie con tutto l’apparato di iniziative, celebrazioni e burocrazie, quando e come troverà il tempo della preghiera, dell’incontro gratuito con le persone, della formazione personale? C’è un modello di chiesa appesantita da rivedere e ripensare. Tale ripensamento non può che coinvolgere la figura del pastore. Certo, poi non mancano i sacerdoti che, per qualche sofferta ragione personale preferiscono orientare il ministero in quel modo. Ma le motivazioni andrebbero valutate caso per caso.

D: Lei dedica parte del suo tempo anche a percorsi di coaching per la crescita umana e spirituale, orientata ai valori cristiani: vuole spiegarci in cosa consiste questo approccio?

R: Il life coaching è una metodologia di accompagnamento delle persone che intende agevolare la loro evoluzione personale, attraverso lo stabilirsi di una relazione facilitante che conduca il soggetto a una maggior consapevolezza di sé e dei propri obiettivi e lo sostenga nella stesura di un piano d’azione per il raggiungimento di questi ultimi.
In termini di percorso di fede significa semplicemente utilizzare i metodi e le tecniche del coaching per aiutare, chi lo desidera, a raggiungere una condizione di vita cristiana più ricca, piena e autentica.
Ad esempio, se una persona ha difficoltà con la preghiera per ragioni di tempo, di metodo o altro, il coach non procede offrendo consigli come farebbe un normale “direttore spirituale”, ma con le tecniche che conosce, facilita nel “cliente” la presa di consapevolezza autonoma e attiva di quale sia il problema reale, quale la condizione desiderata, quali risorse sono a disposizione, quali ostacoli reali e così via, lasciando che sia il “cliente” scoprire e scegliere gradualmente la propria strada.

 

Ringraziamo don Cristiano Mauri per averci accompagnato nuovamente verso la riscoperta della Parabola del Padre Misericordioso che può ancor oggi assumere nuovi ed importanti risvolti per l’uomo contemporaneo.

Intervista realizzata da Martina Castellarin

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