Alessio Fabbri – La ricerca del passato

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Alessio Fabbri – Autore

“Il canto degli inquieti spiriti”

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C’è solo una cosa da fare quando il passato ritorna improvvisamente alle nostre spalle e quasi non ce ne accorgiamo. Abbiamo sempre vissuto ad occhi chiusi, e ad occhi chiusi il mondo appare migliore… a volte. Ma c’è solo una cosa da fare quando il passato ci costringe ad aprirli quegli occhi, spesso messi in pericolo.
C’è da smettere di sognare e iniziare a vivere.
C’è da lasciarsi indietro tutto il peso di ciò che abbiamo trascorso, fino a rivolgere lo sguardo verso quell’orizzonte lontano che da sempre è stato lì per noi.
Raggiungerlo… pian piano. Raggiungerlo e iniziare anche un po’ a sperare.


alessio-fabbri-la-ricerca-del-passatoE’ proprio questa la sensazione che ho avvertito nel leggere il romanzo di Alessio Fabbri, “Il canto degli inquieti spiriti”. Le pagine scorrevano veloci, quasi cristallizzate nel tempo, vero protagonista della storia.
Il tempo che ci fa paura. Il tempo da cui vogliamo fuggire. Il tempo della vita e della morte. Il tempo che diviene eterno.
Dunque questa è una storia di tempi e di viaggi. Alla ricerca di ciò che abbiamo sempre sperato, alla ricerca di noi stessi.

Il protagonista è Alessandro Bonforte, prima ragazzo, poi uomo, militare spedito in guerra. Lo scenario è infatti quel periodo in cui il tempo si è quasi fermato e non riesce a ripartire. La Prima Guerra Mondiale.

 Il tempo del sangue, della vita che fugge via per ritornare, del mondo che esce da sé stesso e si guarda da lontano, il tempo degli amori perduti, degli abbracci non dati, delle mancanze, dei destini incrociati ma sciolti, e poi ancora.. il tempo della morte, degli occhi dispersi, delle lacrime dal gusto amaro, del male che non crede, del male che non sogna. L’autore riesce a racchiudere tutto questo in pagine che restano impresse nella memoria, come piccole scie di luce che si trasformano in speranza.
Pensieri che scorrono, voglia di ricominciare. E’ la mente del protagonista il vero scenario della storia: visioni, partenze, ritorni, nostalgie. L’amore per Michela.

Alessio Fabbri riesce in maniera del tutto spontanea e istintiva a descrivere, in modo dettagliato e misterioso, l’anima degli uomini fragili che, costretti a combattere, non riuscivano a vivere. Sopravvivere era il loro obiettivo, sopravvivere mentre il tempo scorreva dalle loro mani e non riuscivano a prenderlo.
Utilizzando un genere stilistico originale ispirato agli scrittori di fine Ottocento, l’autore riesce a condurre il lettore dinnanzi a quegli scenari macabri e sofferenti, senza mai descriverne i dettagli. Ci invita a salire sullo stesso treno in cui Alessandro incontra persone, amori, affetti, mancanze, e compiere quel viaggio assieme a lui che diventa un vero e proprio viaggio nella storia.
Non solo la storia di ognuno di noi, non solo la storia di Alessandro, ma una storia che appartiene all’intero universo e che si è trasformato nella ricerca del tempo che ritorna.
Il romanzo è dunque una proiezione su ciò che siamo stati, un’analisi attenta delle frustrazioni subite dalle persone rese prede in un periodo trasformato in orrore; una storia in cui è il treno un elemento essenziale che fa da sfondo all’intera trama, rappresentando il simbolo della salvezza, del tempo, della ricerca dei propri amori.

Alessandro è dunque un soggetto fragile, reso forte dall’amore per Michela; un soggetto che necessita aiuto, quell’aiuto che nessuno è in grado di dargli. Un passato segnato, il suo, che si proietta in un presente da cui non riesce a fuggire.
Una storia intensa, fatta di carica emotiva, di emozioni contrastanti, di riflessioni filosofiche, di essenze vitali, il tutto orchestrato da un linguaggio che non passa inosservato, ma che contiene un tocco poetico e realistico allo stesso momento.
Tenerezza, sensibilità, forza, coraggio, mollare tutto e tornare indietro, e ancora la vita che riparte. Le pagine scorrono veloci, come il tempo che insegue i pensieri.

Allo scrittore la parola che, adesso, ci spiegherà tutto ciò che è contenuto nel suo meraviglioso libro.


D: Come nasce l’idea per questo romanzo?
R: Ci sono diversi fattori alla base dell’idea de “Il Canto degli Inquieti Spiriti”. Ci sono un fattore d’ispirazione letteraria, che fonde la passione per la narrativa modernista con la poetica di Dino Campana ed un fattore storico d’interesse nei confronti del periodo della Prima Guerra Mondiale.

D: Descrivici in poche parole i due personaggi: Alessandro e Michela.
R: Alessandro è un ragazzo con poche pretese. Ha una vita del tutto comune, aiuta il padre nella merceria di stoffe, trascorre buona parte del suo tempo con gli amici e dedicandosi alla sua istruzione. L’amore con Michela, una ragazza conosciuta per caso e da poco trasferitasi nel suo paese, si intensifica in breve tempo. La guerra si pone come ostacolo fra i due, ma credo che entrambi investano completamente nella loro relazione, e forse proprio in vista della separazione forzata. Michela, dal suo canto, è caratterialmente molto più timida.

D: Quali sono state le tue fonti per descrivere un periodo della storia drammatico in modo così minuzioso ma delicato, anche dal punto di vista psicologico?
R: Le lettere dei soldati sono una fonte molto importante per dar voce alle emozioni di chi partiva per la Grande Guerra. La documentazione è vasta e permette di creare un pozzo d’ispirazione dal quale attingere per ricreare una prospettiva narrativa ed alquanto realistica.

D: Il protagonista vive continui momenti di contrasto tra immaginazione e realtà. Come hai gestito, durante la scrittura, questi conflitti?
R: L’idea era quella di rappresentare il disorientamento degli ex-combattenti. Il ritorno è una faticosa avventura alla ricerca di un posto nella società, ma questa difficoltà di delineare la realtà è in fondo un modo per non buttarsi pienamente nel presente e nel futuro, come se fosse la guerra a definire il personaggio di Alessandro. I reduci della Grande Guerra che ereditavano traumi fisici o mentali venivano impietosamente definiti “scemi di guerra” all’epoca. È una definizione che mi ha colpito molto e che ho voluto indagare attraverso Alessandro.

D: Che significato ha per te il treno, elemento molto presente nella trama?
R: Personalmente il viaggio in treno è uno dei miei preferiti. Adoro osservare, e per uno scrittore è certamente importante come mezzo di trasporto, proprio perché vi sono molti stimoli da raccogliere in un percorso su strada ferrata. Nel romanzo il treno è uno strumento perfetto per rappresentare il movimento verso l’ignoto, verso una realtà sfuggevole.

D: Il tuo genere di scrittura ricorda molto lo stile inglese di fine Ottocento (tra i tanti autori, cito Virginia Woolf): quello del “flusso di coscienza”. La tua è una scelta voluta oppure è del tutto involontaria?
R: Il “flusso di coscienza” dal quale ho attinto è quello che più mi ha colpito, ovvero la tecnica che Virginia Woolf adotta nel primo dopoguerra. In quegli anni c’è un grande disorientamento, ed è palese che anche la letteratura lo ha evidenziato con questo stile narrativo. Per altri romanzi ho utilizzato descrizioni più convenzionali, ma una storia come quella de “Il canto degli inquieti spiriti” si prestava al meglio allo stile col quale è stata narrata. Il romanzo rappresenta inizialmente la realtà di Alessandro: frammentata, incerta, vaga ed illusoria; nella sua parte finale ha invece la prevalenza una realtà oggettiva, esterna ad Alessandro.

D: Si nota sempre una sfumatura di mistero nell’intera storia. Cosa speri che il lettore riesca a percepire in ciò che non hai voluto esprimere esplicitamente?
R: Sì e no. Parlarne potrebbe anticipare al lettore alcune “rivelazioni” che invece è il testo a dover spiegare passo dopo passo. Anche l’epifania è un espediente letterario tipicamente modernista, ma non ho forzato alcuna tecnica letteraria durante la creazione del romanzo. C’è un momento (in uno dei capitoli finali), in cui il lettore può farsi una sua teoria su quelle informazioni frammentate che ha raccolto durante la lettura. Spero e credo che possano essere colte.

D: Spiegaci cosa ti ha condotto alla scelta delle frasi che inserisci all’inizio di ogni capitolo.
R: Sono versi poetici indirettamente ispirati da “I Canti Orfici” di Dino Campana. Sono molto ermetici, ma si prestano ad un’interpretazione degli accadimenti descritti nel romanzo.

D: Se dovessi tornare indietro nel tempo e incontrare casualmente Alessandro Bonforte, c’è qualcosa che gli diresti per aiutarlo a superare i suoi “inquieti spiriti”?
R: Ad un certo punto Alessandro fa la conoscenza di uno psicologo, Eugenio Pagliai, che finisce per consigliargli cosa dovrebbe fare per tornare alla tranquillità. Probabilmente gli direi le stesse cose che ho fatto dire a Pagliai, ma io so già che Alessandro non lo ascolterebbe, non può. Una volta che il lettore ha capito in quale avventura si sta mettendo il protagonista, è evidente a chiunque che la sua destinazione è chiara e che è testardo abbastanza da essersi perso nelle sue convinzioni.

D: Cosa vorresti trasmettere al lettore attraverso le tue pagine?
R: Vorrei riuscire a trasmettere tutte le emozioni che ho provato nel realizzare il romanzo. Riflettendo sul risultato finale, vedo “Il canto degli inquieti spiriti” come una sorta di sogno, poiché ha sia un filo logico che diverse interferenze più o meno irreali o astratte. Allo stesso modo in cui ci svegliamo e razionalizziamo ciò che abbiamo sognato, così il lettore, nel portarsi avanti con la lettura, capitolo dopo capitolo, ritrova una sorta di razionalità, di risveglio. Il romanzo rappresenta inizialmente la realtà di Alessandro: frammentata, incerta, vaga ed illusoria; nella sua parte finale prevale invece una realtà oggettiva, esterna ad Alessandro e più legata a come può essere percepito da chi lo incontra.

 

Recensione e intervista a cura di Stefania Meneghella

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