CINEMA, TEATRO E TV

“Visto da vicino nessuno è normale”: Paolo Ruffini e il teatro (straordinario) della Mayor Von Frinzius. Il regista Giannini: “La malattia mentale è della società che non la sa riconoscere”

Su un palcoscenico vuoto, che ricorda il momento dell’attesa, rimbomba il suono di una risata sorda. Nel backstage, dieci giovani attori camminano in un turbinio di emozioni, di mani che si stringono e di sussurri leggeri: attendono semplicemente di essere visti, di occupare quello spazio lasciato vuoto.

Il conduttore di questa realtà inedita è Paolo Ruffini, mattatore della comicità italiana, uno che con le risate ha sempre vissuto. Portatore, con questo show teatrale realizzato insieme ad attori con sindrome di Down, di un’ilarità capace di lenire il dolore. Quando
salgono sul palco, la stanza si svuota, le persone li guardano ed esistono solo loro. Il dolore sparisce e viene dato spazio al suono di una risata che stavolta fa rumore.

Si vede molto del loro vissuto personale. A restare è soprattutto l’idea di partecipare ad un’esperienza che non è replicabile. Io non credo nel teatro che si replica”, dichiara lo stesso Ruffini parlando del suo rapporto con il teatro, diventato per lui un simbolo spirituale e un modo per veicolare messaggi profondi. Un lavoro di condivisione fatto con i ragazzi della Compagnia Mayor Von Frinzius. Le idee di Ruffini nascono spesso da esperienze dolorose, tanto che la comicità diventa un paradosso: ridere di ciò che normalmente ferisce. Un contrasto rischioso ma anche potentissimo, perché in grado di trasformare il dolore in comunità e
condivisione.

La Mayor Von Frinzius, un’importante realtà di teatro integrato di Livorno fondata nel 1997 da Lamberto Giannini, collabora attivamente con Paolo Ruffini da circa dieci anni , attratto sin da subito dalla loro filosofia. La compagnia rifiuta infatti l’etichetta di “teatro – terapia” per puntare semplicemente a fare “teatro” di qualità, trattando tutti gli attori con la stessa disciplina e lo stesso
rispetto professionale. Progetti come questo nascono proprio con l’intenzione di abbattere la pietà, spesso un vero e proprio ostacolo all’inclusione. Un’ironia che porta a vedere la persona prima della sindrome e a riconoscere gli attori con pregi, difetti ma soprattutto con un talento comico che va oltre lo stereotipo della persona. Il palco diventa quindi un luogo di uguaglianza, un umorismo che concede la libertà di esprimere sé stessi, oltre che difetti e sofferenze, normalizzando così una condizione di disabilità. La risata diventa un collante sociale, che stimola la produzione di endocrine e favorisce i legami interpersonali. Un monito che ricorda l’importanza della leggerezza in un mondo fatto spesso di macigni sul cuore, di caos e di dolori non detti.

Il progetto “Up&Down” nasce nel 2015 e gioca con il concetto di diversità, andando a scoprire così la potenza inclusiva dell’arte. “Sono riuscito a coltivare questa unione proprio con la sensibilità” – dichiara Ruffini – “che per me è un dono che abbiamo tutti e che va allenata, mettendola insieme ad altri condottieri che sono coraggio e intraprendenza”. Il fondatore e direttore artistico della compagnia teatrale livornese è Lamberto Giannini, pedagogista, attore teatrale e regista, oltre che docente di storia e filosofia
con alle spalle una lunga esperienza in ambito sociale. “La Mayor Von Frinzius è nata per una mia esigenza di fare teatro dopo aver visto dei film di Pier Paolo Pasolini, che si occupava di marginalità sociale ma non in un’ottica di denuncia, di buonismo o di terapia”, fa sapere Giannini spiegando gli obiettivi dei laboratori teatrali che vengono realizzati settimanalmente con i ragazzi affetti da disabilità.

Paolo Ruffini e il lavoro con Din Don Down – kosmomagazine.it

Il regista ha iniziato in primis a lavorare in carcere e in comunità di tossicodipendenti, finché non ha proposto a un’associazione di fare un laboratorio con ragazzi disabili. Il riscontro è stato ottimo, ed è nata così l’idea di una compagnia. “Non è una realtà di integrazione ma di contaminazione” – continua lui – “ed è avvenuto qualcosa di magico, perché la città di Livorno ha risposto benissimo”. Poi continua: “Non è terapia, quello che faccio è un progetto artistico”. Un teatro che diventa terapeutico non per la persona, ma per la società in cui viviamo. “Visto da vicino, nessuno è normale”, diceva Basaglia parlando della condizione umana in cui siamo spesso intrappolati, alla ricerca di una linea retta che non esiste. Proprio tra tutto questo buio, si riesce a trovare la massima espressione e liberazione. Sul palco della Mayor Von Frinzius non si finge di essere “normali”, ma si celebra la bellissima anomalia di ogni persona su un palcoscenico, dove l’unica regola è l’autenticità.

La malattia mentale non è del soggetto, ma della società che non la sa riconoscere” – continua Giannini – “Mi farebbe paura avere un progetto dove posso cambiare le persone”. Un teatro non inclusivo, ma contaminante, dov’è possibile unire diverse realtà, con le fragilità che diventano la forza scenica dell’altro e con la disabilità che non è uno strumento, ma un punto di forza. Intanto in platea lo spettatore è costretto a togliere i propri filtri, e confrontarsi con un’emozione viva e bella, proprio perché imperfetta. “Il mio sogno sarebbe che qualcuno venga a vedere lo spettacolo perché ci sono degli attori bravi, non perché c’è la disabilità”, conclude infine Lamberto Giannini. Lo spettacolo Din Don Down – che vede Paolo Ruffini tra i protagonisti insieme ai ragazzi – nasce infatti inizialmente come Apocalypse Down al fine di raccontare una storia incentrata sulla fine del mondo e sul fatto che a sopravvivere sarebbero stati solo i Down, ribaltando così la percezione dell’esistenza. A raccontarlo è Rachele Casali, Presidente dell’Associazione Mayor Von Frinzius e coordinatrice artistica dello show: “Quelli che vediamo sul palco sono dieci su settanta attori livornesi che portano avanti il grosso del lavoro teatrale”.

Ogni anno vanno in scena degli spettacoli originali che partono da uno spunto iniziale e da cui vengono fuori idee per testi, musiche, scene divertenti, coreografie. Tutti elementi che creano uno show senza filo conduttore ma con un unico significato: “Sono scene spot, che possono rappresentare i nostri sogni” aggiunge Casali. “Noi non facciamo teatro perché vogliamo migliorare il benessere dei ragazzi, lo facciamo perché ci piace fare arte, tutto quello che viene è una conseguenza di questo” la regista commenta. Lo show, che viene portato avanti da Ruffini da quasi dieci anni, ha fatto sì che tra l’attore e i ragazzi nascesse un’intesa attoriale speciale. “C’è una riconoscenza da parte dei ragazzi nei suoi confronti” – fa sapere lei – “E viceversa Paolo, tramite i ragazzi, ha scoperto parti di sé che ha maturato nel tempo”.

Il loro obiettivo principale è quindi far sì che le persone capiscano il motivo per cui loro portino avanti queste attività, che non sono fatte “per” ma “con” i disabili. “C’è una forte riflessione sull’importanza dell’essere consapevoli di quello che siamo come singolo individuo e di quello che possiamo dare alla società in cui viviamo”, conclude la regista. Così, quando le luci si spengono e l’ultima
risata – non più sorda – si disperde in un applauso che non finisce, la lezione è stata appresa.

Il palcoscenico non è più vuoto, ma pieno di coraggio. In poco più di un’ora, la Mayor Von Frinzius ha dimostrato che quel cromosoma in più è sinonimo di grandezza, di una normalità che facciamo fatica a riconoscere. Quando esce da quel teatro, il pubblico porta con sé l’idea che l’unico atto rivoluzionario, su quel palcoscenico, è stato quello di essere semplicemente sé stessi. Si torna nel mondo di fuori, le strade sono più silenziose e fredde. L’eco di quella risata, di quella libertà senza copione, resta addosso e veste i panni di un’autentica, contagiosa, lezione di vita.

Published by
Stefania Meneghella