Salvezza e distruzione

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L’amore è complicato, talvolta può diventare anche follia, soprattutto quando i sentimenti sembrano diventare più forte di noi stessi, come se si fosse totalmente assorbiti dall’altra persona, come se non si riuscisse a vivere senza quest’ultima, come se il destino ci volesse dare un messaggio. Viviamo la nostra vita in maniera tranquilla, quando tutto all’improvviso sembra cambiare. Si, l’amore cambia, ma le modifiche che devono essere apportate non devono essere negative, ma al contrario devono renderci felici, non siamo noi a doverci adattare all’altra persona, ma bisogna incontrarsi a metà strada per trovare il proprio equilibrio. Non bisogna stravolgere la propria vita per amore, per un’altra persona, ma bisogna imparare a venirsi incontro, perché altrimenti il legame non sarà mai stabile. Passioni travolgenti, emozioni intense, non devono portare a diventarci folli, perché si cancellerebbe in questo modo tutto il buono che c’è stato.

Una storia d’amore, di passione, ma anche di follia è quella di Auguste Rodin e Camille Claudel. Camilla nasce nel 1864 in Francia. La sua infanzia fu caratterizzata da un mancato rapporto con la madre, incapace di donare affetto, ma allo stesso tempo poteva contare su due figure per lui fondamentali; il primo il padre, il secondo suo fratello Paul. Già da adolescente acculturata e con la propensione verso l’arte soprattutto per la scultura, fu molto apprezzata dal suo maestro Alfred Boucher, diventando successivamente allieva di Rodin. Auguste Rodin era invece già sposato con una donna che probabilmente non ha mai amato, ma che nonostante ciò fu sua compagna per lungo tempo. La carriera di Auguste stentò per parecchio tempo a decollare, solo dopo ebbe importanti occasioni che gli cambiarono la vita. Dapprima alunna e modella Camille diventò anche collega di Auguste e il loro rapporto sembrava essere destinato a diventare qualcosa di ben più profondo di un semplice rapporto professionale. Negli anni a seguire i due lavorarono e viaggiarono molto insieme, finché nel 1888 aprirono uno studio in comune, sembrava essere l’idillio di una storia d’amore, Camille aiutava anche Auguste nella realizzazione di alcune parti delle sue opere, Auguste, invece, acquisiva sempre più celebrità. Poco dopo, però, iniziano le prime problematiche, nate perché Auguste non voleva ufficializzare il loro legame col matrimonio seppure amava moltissimo Camille, questo fu causa di una rottura sempre più profonda, che per un periodo è diventata anche definitiva. Camille, infatti conosce in questo stesso arco temporale Claude Debussy, legame importante dal punto di vista affettivo e culturale, ma che non riusciva a colmare la mancanza verso Auguste, con il quale Camille aveva ancora un rapporto interpersonale. A partire dagli anni Novanta la relazione diventa molto burrascosa, nel 1898 i due si lasciano definitivamente. Dal 1906 Camille si ritira nel suo atelier dove distrugge numerose opere credendo che Rodin volesse impossessarsene  e dove iniziano a manifestarsi i segni di quel disagio mentale che nel 1913, poco tempo dopo la morte del padre, la porteranno in un istituto per malati mentali. Incompresa, si sentiva sola, tutti sembravano contro lei, suo fratello la bollò anche come peccatrice, e la sua permanenza in manicomio durò fino alla morte di suo padre.

Indelebile il cuore, indelebili i ricordi impressi in Auguste e Camille, un amore che seppur sciupato dalla vita è stato allo stesso modo indimenticabile, non riuscivano a vedersi insieme ad altre persone, perché il vero amore erano solo loro. E forse nemmeno loro sono riusciti a capirlo.

 

 

“Mia feroce amica,

la mia povera testa è ben malata, e non riesco più ad alzarmi la mattina. Questa sera ho camminato per ore senza trovarti nei nostri luoghi. Come mi sarebbe dolce la morte! E com’è lunga la mia agonia. Perchè non mi hai atteso all’atelier? A quale dolore ero predestinato. Ho momenti di amnesia in cui soffro di meno, ma oggi l’implacabile dolore persiste. Camille, mia bene amata nonostante tutto, nonostante la follia che sento venire e che sarà opera tua se tutto questo continua. Perchè non mi credi? Abbandono il mio Salon, la scultura; se potessi andare in un posto qualsiasi, in un paese in cui poter dimenticare ma non esiste…Ma poi in un solo istante sento la tua terribile potenza. Abbi pietà, crudele. Non ne posso più, non posso più passare un giorno senza vederti. Se no, l’atroce follia. E’ finita, non lavoro più, divinità malefica, e tuttavia ti amo furiosamente…”

(Lettera di Auguste Rodin a Camille Claudel)


Articolo realizzato da Manuela Ratti

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