Sabrina Martina- Crescere attraverso le storie che si racconta

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Il mestiere dell’attore è bello per il sapersi immedesimare nelle storie che si racconta, nei personaggi che vengono interpretati lasciando loro del proprio, poter vivere completamente un contesto diverso da quello che fa parte della quotidianità. E’ questa la magia più bella, saper raccontare, crescere attraverso le storie di cui si fa parte, ma allo stesso tempo rimanendo sé stessi e lasciando la propria indelebile impronta. Si può crescere, si può migliorare attraverso il proprio personaggio, e si possono scoprire degli aspetti che magari in altri modi non sarebbero emersi, o non nello stesso modo. La giovanissima Sabrina Martina che dopo diverse esperienze in ambito attoriale abbiamo avuto modo di conoscere meglio nella fiction targata rai ” La strada di casa”, ha fatto di questo il segreto della sua recitazione. Conosciamola meglio attraverso le sue stesse parole.
Lasciamo la parola a Manu Ley  con l’augurio di proseguire in questo meraviglioso percorso 

D:Come nasce la passione per la recitazione?

R:  La nascita della mia passione per la recitazione è stata improvvisa, del tutto inaspettata, non è qualcosa che ho avuto fin da piccola, anzi, non immaginavo minimamente di arrivare fino a qui.
A 13 anni ho deciso, con l’appoggio dei miei genitori, in particolare di mia mamma che mi accompagnata per tutto questo tempo, di iscrivermi all’agenzia Studio Emme, di Sergio Martinelli. E da lì è nato tutto.
Su richiesta di tale agenzia, ho cominciato a frequentare un corso settimanale di recitazione a Roma, studiando cinema, teatro, movimento scenico e dizione, poi durato circa 4 anni, nei quali ho continuato (sempre assieme a mia mamma) a fare su e giù da Milano ogni sabato.
Mano a mano che frequentavo le lezioni ho cominciato a capire che recitare era quello che mi faceva sentire meglio; ho cominciato a comprendere che il lavoro dell’attrice fosse proprio il mio. E da lì è iniziata una bellissima avventura.

D:Quali sono gli aspetti che ami del tuo mestiere?

R:La cosa che maggiormente mi affascina del mio mestiere è poter essere mille persone, ma sempre nello stesso corpo.
Per ogni personaggio che mi trovo ad interpretare catturo sempre qualcosa di mio e glielo faccio indossare. È un mestiere che permette di esprimere a pieno la propria personalità, in ogni sua sfumatura, talvolta anche in quelle non conosciute.
E ciò che mi emoziona di più, è il fatto che il mio mestiere è un’arte, e in quanto tale è pura comunicazione: la recitazione è lo specchio della realtà. Dunque, tutto ciò che io trasmetto viene recepito dallo spettatore, che può immedesimarsi, ma anche distanziarsi da ciò che in quel momento esprime il mio personaggio.

D:Hai recitato sia per cinema che per televisione. Quali sono gli aspetti dei due mondi che preferisci?

R: Le esperienze che ho vissuto sui set sono state tutte estremamente positive e mi hanno insegnato tanto, sia per quanto riguarda cinema che televisione.
I set cinematografici sicuramente ti permettono di svolgere il lavoro in maniera più “rilassata” e con più concentrazione, perché il tempo a disposizione è maggiore rispetto ad un set televisivo, e questo è sicuramente un punto a favore. Ovviamente, anche la disposizione dei piani di lavoro risulta meno articolata e più semplice da sviluppare. Si parla di massimo tre scene a giornata per intenderci.
Al contrario, sui set televisivi (e mi riferisco alla registrazione di serie tv), i tempi sono molto più ristretti, di conseguenza ci si ritrova a girare anche 7/8 scene al giorno, spesso e volentieri di episodi differenti e con mood opposti, e già questo lascia immaginare quanta tensione e difficoltà possa generare.
Quello che però mi piace nel girare una serie tv, è che il personaggio solitamente ha molto più tempo di svilupparsi, è possibile raccontare più dettagli ed evidenziare tratti caratteriali che nella concentrazione di un film possono sfuggire.

D: Raccontaci delle tue impressioni del tuo personaggio ne “La strada di casa”. Qual è stato il tuo primo impatto?

R: Viola è un personaggio estremamente potente.
Il primo incontro che ho avuto con lei è stato fortissimo. Mi sono resa conto che tramite il suo personaggio potevo trasmettere un messaggio davvero importante, e per fare questo dovevo scavare molto a fondo.
Quando mi sono trovata ad interpretare Viola avevo 16 anni, quindi piena adolescenza. Non è stato semplice provare ad immaginare cosa può provare una ragazzina di 14 anni (perché quella era l’età di Viola) ad essere violentata da un suo professore, ma ho letto tante testimonianze e ho provato ad immedesimarmici. Mi ha fatto crescere molto.
Il carattere di Viola è molto simile al mio: testarda, ambiziosa, ma allo stesso tempo molto fragile. Mi ci sono ritrovata tanto.

D: Come pensi il tuo personaggio si sia evoluto nel corso delle due stagioni?

R: Nella prima stagione Viola è una ragazzina di 14 anni, con un animo particolarmente ribelle, è un’artista, è segnata dalla mancanza di un padre che è in coma da 5 anni e vuole semplicemente vivere la sua adolescenza in autonomia. Ma qualcosa si spezza dentro di lei quando viene violentata dal suo professore di arti grafiche.
La ritroviamo nella seconda stagione con un aspetto decisamente diverso: ha un piercing al naso, si veste sempre di nero, ha lo smalto sempre scuro, è una writer e sempre in contrasto con la madre. All’interno di sé conserva quel dolore e quella paura che non la fanno vivere con serenità, ma esterna solo ribellione e sfrontatezza.
Ma Viola cambia: trova il coraggio di affrontare le sue paura ed eliminarle. Prende consapevolezza del fatto che il suo passato l’ha segnata per sempre, ed è una cosa che non può cambiare, ma decide di non nasconderlo più e di non averne più timore. Decide di essere sé stessa e di ricominciare a guardare il mondo con i colori, e non solo in bianco e nero.

D:  C’è un personaggio del passato o un evento del passato o più recente che ti piacerebbe raccontare attraverso un film?

R:A me piace molto leggere e mi appassionano particolarmente i libri che trattano di guerra. Sicuramente mi piacerebbe interpretare un personaggio vissuto in un contesto storico-culturale di questo genere, per fare in modo che le atrocità non si scordino mai. E non mi riferisco solo allo sterminio ebraico della Seconda Guerra Mondiale, ma a tutte la disumanità che caratterizza la guerra. Sarebbe infatti molto interessante trattare di guerre a molti sconosciuti, per far conoscere la storia, soprattutto quella più recente, e di conseguenza più vicina a noi.
Se devo essere sincera però, è da quando sono piccola che sento raccontare la storia della mia famiglia, e in particolare di mia mamma. La sua è una storia molto travagliata, come quella di tanti. Ma se dovessi scegliere qualcuno da rappresentare, non sceglierei un personaggio, sceglierei una persona, sceglierei lei. Perché ognuno di noi ha qualcosa da raccontare, e credo che la sua vita ne valga la pena.

D:  Qual è invece un genere che ti piacerebbe sperimentare?

R: Nel rispondere a questa domanda sicuramente cadrò nel banale, ma questa è la verità: mi piacerebbe davvero tanto poter sperimentare il classico thriller americano, con pistole, rapimenti e colpi di scena vari. È il genere che più preferisco e sarei davvero curiosa di lavorarci.

D: Qual è un sogno nel cassetto?

R: Un mio grande sogno nel cassetto è quello di girare un film un giorno in cui potrò interpretare una ballerina.
Danzo da quando ho 4 anni ed è la mia seconda passione, anch’essa molto forte, e sarebbe davvero un sogno per me poter unire queste due forme d’arte.

D: Quali sono i tuoi futuri progetti?

R:Al momento nulla di sicuro, ma sicuramente tanti progetti in mente!

Ringraziamo Sabrina Martina per la sua collaborazione e per il tempo che ci h donato, augurandogli di continuare a sorprenderci e sorprendersi.

Intervista realizzata da Manuela Ratti

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