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Fotografa

Facebook: Paola Pola PH



Si legge tanto, negli occhi delle persone; si legge ciò che si vorrebbe imparare o ciò che non si ha la forza di capire, si legge i sogni che vorremmo raggiungere o i momenti che vorremmo rivivere. Si legge davvero tanto, negli occhi della gente. A volte, si vorrebbe restare lì ad osservarli per tutto il tempo necessario; a volte, non si vorrebbe andare via. Tutte le persone hanno una storia, e tutte le storie hanno da insegnarci che, da quegli occhi che ci guardano, non potremmo fuggire nemmeno se volessimo, nemmeno se con tutta la forza in corpo provassimo a volare. Gli occhi ci seguiranno, sempre. E lo faranno anche le persone, e lo faranno anche le storie. Allora, forse, sarebbe meglio immortalarli, quegli occhi, renderli eterni, interiorizzarli in qualcosa di infinito, che potremmo osservare tutti i giorni, per ricordarci che la nostra vita è fatta di sguardi.
Forse, è da questo costante bisogno di capire le storie che ci attorniano che nasce la fotografia.

Forse, il desiderio che abbiamo di essere noi stessi deriva dalla presenza di storie che ci alimentano l’esistenza.

Forse, la fotografia è l’intera vita racchiusa nell’eternità. 


Per questo, oggi vi presentiamo Paola Dentamaro Pola, splendida fotografa per cui gli sguardi hanno la stessa valenza delle parole. Con l’obiettivo di raffigurare persone, Paola ritrae volti trasformandoli in vite, mentre costanti contrasti fanno da cornice a uno scenario paradisiaco: ombre e colori, luce e buio, il tutto orchestrato da movimenti corporei leggiadri e delicati; le donne che immortala sono donne semplici, sono le donne che incontriamo nella quotidianità, donne con il timore di mostrarsi ma con la volontà di esprimersi, donne che, colte da un sottile pudore, avvertono la necessità di coprirsi con panni trasparenti. Sognano di volare, le persone di Paola; sognano di evadere per rifugiarsi in un mondo fatto solo di sguardi; sognano di restare soli, mentre invece la folla diventa quasi protagonista della loro vita. Allora, loro si trasformano in ombre e, quasi trasparenti, si nascondono per non essere guardati. Ogni sguardo raffigurato ha una storia che si trasforma in fotografia da ammirare ogni giorno, in modo tale che venga cristallizzata nell’infinito dei nostri sguardi.

Paola Dentamaro Pola - La vita in uno sguardo

Paola Dentamaro Pola nasce a Brescia il 15 maggio 1990; all’età di sei anni si trasferisce a Nizza dove trascorre l’infanzia. Tornando in Italia dopo 8 anni, il trasferimento è a Firenze. Dopo una breve e forzata formazione al Liceo Classico, si trasferisce al Liceo Artistico dove trascorrerà tre meravigliosi anni, essenziali per la sua formazione fotografica. In quel periodo, sarà infatti in contatto con un allievo di Mimmo Jodice, il quale comprendendo la sua voglia di apprendere, sarà particolarmente attento alla sua formazione. Prosegue con ricerca sfrenata, in camere oscure arrangiate, sale posa precarie, location improbabili e scenografie di ottava mano, da autodidatta. Dopo gli anni della maturità, Paola decide di trasferirsi a Roma, dove la fotografia verrà apparentemente accantonata per quasi tre anni, periodo in cui seguirà corsi e una scuola di recitazione, che le servirà per acquisire un altro interessante punto di vista da sfruttare poi dalla parte di colui che fotografa gli attori; lascia la recitazione quando, durante una lezione di movimento scenico, si rende conto quanto fortemente avrebbe voluto essere dietro ad una macchina fotografica, per fotografare le azioni degli altri. Anziché, quindi, frequentare l’ultimo anno di Accademia di Teatro, riprende a pieni ritmi lo “scattare sperimentando”, ed ha la possibilità di ritornare in quella stessa accademia, stavolta con la macchina fotografica. Attualmente, Paola frequenta tramite borsa di studio la Scuola Romana di Fotografia; vive e lavora a Roma dove ha un piccolo studio.

Ed ora le lasciamo la parola, con l’augurio di continuare ad immortale sguardi che si trasformano in storie.


D: Cosa ti ha fatto avvicinare alla fotografia?
R: Ho dei ricordi molto vaghi e diversi su come e perché mi sono avvicinata alla fotografia. Ricordo un giorno passato interamente fotografando il mio cane, aspettando che le ore scorressero per fotografarlo con luci diverse. Riguardai poi le foto e mi sentii davvero in grado di fare qualcosa di bello. Una sensazione meravigliosa, la prima vera soddisfazione forse. Un altro episodio fu tornando da Disneyland con mio padre e mia sorella. Lui andò a far sviluppare il mio rullino dell’usa e getta che mi aveva comprato e tornò arrabbiatissimo chiedendomi perché avevo utilizzato un intero rullino per una ragazza sconosciuta, che avevo fotografato in tutte le salse. Mi disse che non si faceva e mi rimproverò sull’accaduto. Ricordo perfettamente quanto mi piacesse quella ragazza bionda con quegli shorts di jeans. Avevo proprio voglia di fotografarla. La cromìa dell’abbigliamento con i capelli, i suoi lineamenti…volevo fermarli. Io, essendo piccola, non sapevo ovviamente spiegarmi, lui non capiva e mi guardava straniti. Io dentro ridevo come una matta. Però non so cosa mi abbia fatto avvicinare alla fotografia, so solo che ho sempre avuto l’esigenza di averla vicina. In maniera inconsapevole ed istintiva.

D: Come è cominciata la tua avventura in questo mondo? Cosa ti ha colpito e continua ad appassionarti a questa forma artistica?
R: “L’avventura in questo mondo” intesa come inizio di un lavoro vero e proprio è iniziata a Roma. Per due anni ho sospeso la fotografia, volutamente allontanata. Ho fatto dei corsi di teatro che mi hanno permesso di conoscere molte persone in questo ambito. Nel momento in cui sono tornata dal “grande amore”, conoscevo ormai tante persone a cui servivano foto, tanti luoghi in cui fare gavetta, tanti spettacoli da fotografare… Intesa come passione, con un significato più ampio, credo di aver risposto nella domanda di prima. Della fotografia mi colpisce tutto. La trovo un’arte magica. La fotografia è in grado di esprimere te stesso attraverso altro. Fotografando il viso di una persona per esempio, immortalo la persona, ma anche il mio modo di vedere quella persona. Fermo il suo vissuto, il mio. Colgo ciò che dice lei, ma con l’intensità che sono in grado di recepire io. Due persone che fotografano la stessa persona nelle stesse condizioni, con gli stessi strumenti, non faranno mai la stessa foto. E quanto vediamo una foto, quante situazioni si possono immaginare dietro quello scatto. Un’immagine di input per crearne altre mille. Come può non appassionarmi tutto ciò ? La voglia di esprimersi, di catturare, di condividere, di immaginare, di creare. E’ commovente se ci penso.

D: Quali sono secondo te le caratteristiche che rendono una foto speciale?
R: Non credo che ci siano caratteristiche che rendano una foto speciale. Credo che una foto debba comunicare. Questa è l’unica caratteristica che penso sia fondamentale.

D: Come definisci il tuo stile in questo campo? Come credi questo si sia evoluto nel tempo?
R: In tutta onestà credo che peccherei di umiltà se dicessi di averne già uno ben delineato. Mi sento in continua evoluzione come persona e, con me, ciò che esprimo attraverso le mie fotografie. Facendo un discorso più tecnico, indubbiamente ho individuato ciò che amo fotografare e quello che non amo. Sono assolutamente una ritrattista. Adoro cogliere l’aspetto umano di ogni situazione. Fotografo molto i corpi, le loro torsioni, i loro difetti, i loro pregi, i loro modi di esprimersi. Come tiene le mani? e le spalle? I piedi sono all’indentro, le braccia sono conserte. Mi rendo conto che spesso le mie foto non sono gioiose, spensierate. Questo si. Cerco molto l’introspezione. L’evoluzione è continua, me ne accorgo io stessa. Ogni esperienza o studio e ricerca, ti fa evolvere. Ultimamente ho chiamato un ragazzo a cui appena iniziato avevo fatto un book, per dirgli di passare da me per integrare, perché il mio modo di fotografare era cambiato ed avrei voluto dargli scatti che secondo me erano migliori.

D: C’è una foto tra quelle da te realizzate alla quale sei maggiormente legata? Se si perché?
R: Sono molto legata alla fotografia della donna avvolta. E’ stata fatta in un momento dopo molto stress. Ad una persona a me molto cara. Esprimendo attraverso lei ciò che ho vissuto io. E’ come se, delegando lei a soggetto, avessi avuto modo di “vedermi e gestirmi” dall’esterno. Una sorta di autoritratto attraverso un grande affetto. Vi chiederete perché non farmi direttamente un autoritratto. Le condizioni logistiche non lo avrebbero permesso, e per me non sarebbe stata la stessa cosa.

D: Cosa vuoi trasmettere alle persone che osservano le tue foto?
R: Non penso a cosa voglio trasmettere. In quel momento mi viene in mente un’idea e la necessità, la voglia di metterla in atto. Poi solitamente ne capisco il motivo. Amo pensare che ognuno ci debba vedere qualcosa di soggettivo, non la mia visione. Certo, c’è una linea guida comune, ma non voglio che la mia visione sia unica. Vedendo le mie foto, alcune persone mi danno altri punti di vista, altre sensazioni rispetto a ciò che c’era nella mia mente ed io lo trovo estremamente arricchente ed interessante. Certo che penso anche a dei progetti in maniera razionale, con idee ben chiare ed un messaggio che vorrei trasmettere, ma non saprei cosa rispondere, perché le foto sono diverse e diversi sono i messaggi che esprimono.

D: Quali sono le esperienze più importanti compiute in questo campo?
R: La borsa di studio alla scuola Romana di fotografia, Il concorso per Anna Pavlova Ballet photography Contest, le ultime foto alla passerella di Christo and Jeanne Claude (pubblicate da molti siti giornalistici e di arte -tra cui repubblica ed arteide- e per cui ho rilasciato intervista con pubblicazione cartacea sull’eco di Bergamo) sono l’inizio di un progetto che intendo portare avanti sino all’inaugurazione dell’opera. Aver fatto delle piccole esposizioni a Roma, le esperienze più importanti sono state per me indubbiamente la gavetta e l’aver conosciuto persone che mi hanno dato l’opportunità di imparare e provare.

D: Ci sono fotografi che sono stati fonte di ispirazione per i tuoi scatti?
R: Pan Walther, Will Mc Bride, Bresson, Annie Leibovitz, Mimmo Jodice, Doineau, Newton, Erwitt Brassai, Avedon, Arbus.

D: Quali sono i soggetti che più ami rappresentare e perché?
R: Le persone, specialmente le donne.

D: Qual è il tuo sogno in questo campo? Quali sono i tuoi futuri progetti?
R: Il mio sogno? non sono sogni, solo volontà di esecuzione. Progetto di continuare a migliorare, di non smettere di imparare. Essere una brava persona ed una brava fotografa. Ho tanti progetti in mente ed alcuni già iniziati. Conto di terminare il primo per la fine di giugno. E tra qualche giorno ripartire per proseguire con le foto attinenti all’opera di Christo and Jeanne Claude in chiave sempre più umana.


Ringraziamo Paola per la collaborazione, sperando possa continuare a regalarci ancora tante emozioni

Recensione a cura di Stefania Meneghella
Intervista realizzata da Manuela Ratti
Pubblicazione a cura di Roberta Giancaspro

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