Nicola Sguera – Insegnare è confronto continuo

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Insegnare implica una vocazione, sacrificio, impegno e confronto continuo.

I ragazzi, quelli alle volte impauriti, spavaldi, ribelli e giovani, quelli che siedono dalla parte opposta non conoscono ancora tanto, ma capiscono se chi gli siede di fronte è un docente valido. Sono loro i primi giudici. Insegnare è condivisione, comprensione e crescita, perché avere la pretesa di “sapere tutto” implica solo una totale ottusità mentale e culturale. Ai docenti tocca il compito di formare quelle che saranno le future generazioni e classi dirigenti.

È questo un impegno arduo, una sfida, un interesse per il “bene comune”.

Nicola Sguera, docente di storia e filosofia presso il Liceo Classico “P.Giannone” di Benevento, è nato il 20 giugno 1967 a Benevento, ove risiede, ed insegna Filosofia e Storia nel Liceo “Pietro Giannone”. Di formazione classica, si laurea a Roma in Lettere con Biancamaria Frabotta, discutendo una tesi sul simbolo e l’allegoria nell’opera poetica di Franco Fortini. Nel 1992 costituisce a Benevento l’associazione “La rosa necessaria”, poi divenuta anche rivista, strumento di indagine dalla provincia meridionale della poesia e della cultura italiana. Nel 2010 ha curato la prima edizione della rassegna Poesia in forma di rosa, dedicato alla poesia contemporanea. Nella sua vita intellettuale cerca di coniugare una spiritualità post-religiosa (secondo la lezione di Bonhoeffer, Illich e la Weil), un pensiero post-filosofico (memore della lezione di Martin Heidegger), la poesia come luogo privilegiato della verità (guardando ad autori come Celan, Char e Bonnefoy) e l’impegno civile con una forte connotazione ecologica.
Tracce di questa ricerca si trovano nella raccolta di saggi In quieta ricerca (Percorsi editore, 2012). Ha pubblicato una raccolta di versi: Per aspera (Delta 3 Edizioni, 2013). Alcune sue poesie sono state pubblicate sul n. 1 di «Poesia e conoscenza». Dal giugno 2016 è consigliere comunale a Benevento per il M5S.


D: Com è nata la passione per l’insegnamento?
R: È sorta in maniera che oserei definire “naturale”, essendo cresciuto in una famiglia dove mia madre, modello di vita, era insegnante di italiano e storia, i libri una presenza “amica” sin dall’infanzia. Ricordo bene che in secondo Liceo (al Giannone, alla metà degli anni Ottanta) questa consapevolezza era già maturata. Avrei fatto l’insegnante di italiano, come mia madre. Che oggi mi ritrovi ad insegnare, invece, storia e filosofia (ma con la Laurea in Lettere) è uno dei fecondi accadimenti che la vita riserva, modificando e arricchendo il nostro progetto esistenziale.

D: Cosa prova a stare a contattato con ragazzi, affrontando anche i loro dubbi, paure o incertezze sul Mondo del futuro?
R: Prima di tutto rivendico in ogni circostanza pubblica il dovere, per chi se la sente, di essere (o meglio: divenire) educatore, superando il falso professionismo delle discipline: l’insegnante deve contribuire a plasmare (o far maturare, meglio) l’uomo e il cittadino che sono in ogni adolescente. Io mi sento assolutamente a mio agio con i ragazzi. Anzi, oserei dire che prendo energia dal contatto con loro, rubando un po’ del loro vitalismo spesso disordinato ma sempre generoso e curioso. L’uso spinto dei social, integrato al rapporto “incarnato” nell’aula, aiutano un rapporto empatico, senza mai dimenticare i ruoli. Nell’era della liquefazione della figura paterna, gli adolescenti non hanno bisogno di genitori e insegnanti amici ma di guide e modelli, capaci però di dialogare con loro e comprenderne i bisogni.

D: Cosa cambierebbe della scuola pubblica italiana?
R: Abolirei la cosiddetta “Buona Scuola” e stopperei ogni tentativo “dall’alto” di cambiamento, figlio di progetti politici tutti dentro la logica dell’egemonia dell’Economico, formulata per la prima volta da Delors nel “Libro Bianco”. Vorrei una scuola con meno discipline e più esperienze, capace di aprirsi realmente (anche nei suoi spazi fisici): quella che Luigi Gallo e Paolo Mottana, un pedagogista della Bicocca, hanno definito, in un libro che abbiamo presentato anche a Benevento, “Educazione diffusa”.

D: Spaventano, ragazzi critici e curiosi, a diversi docenti?
R: Sicuramente. È molto difficile, per docenti che vivono il ruolo come automaticamente latore di prestigio e autorità, dover ogni giorno conquistare sul campo il rispetto e l’ascolto dei ragazzi. Come padre e come educatore sono convinto che sia finito il tempo dell’obbedienza dovuta. Noi dobbiamo essere autorevoli e sapere che, se le nostre parole e le nostre azioni saranno sensate e coerenti, avremo ascolto e rispetto. Non sarà la cattedra a donarcele solo perché abbiamo vinto un concorso… Le mie classi sono spesso caotiche proprio perché le voglio vivaci intellettualmente. Ma, come scrive Dylan Thomas in una grande poesia (Non essendo che uomini): «Dalla confusione, come al solito, / E dallo stupore che l’uomo conosce».

 

D: Ogni alunno è davvero valutato in modo oggettivo dai docenti?
R: Nella prima lezione spiego ai ragazzi che l’oggettività è un mito. Per me lo è anche a livello epistemologico… Dunque, cosa può offrire un docente onesto ai propri alunni? La trasparenza. Dico loro che sapranno sempre come sono stati valutati e perché sono stati valutati in un certo modo, e potranno mettere in discussione tale valutazione. Li educo soprattutto ad autovalutarsi, a capire il valore delle loro prove, e soprattutto a diventare consapevoli che il “voto” di una prova non coincide con il loro valore di studenti.

D: Cosa pensa circa la “raccomandazione”? 
R: Purtroppo l’Italia, non solo meridionale, è il paese del “familismo amorale” e della mancanza di un’etica pubblica. La “raccomandazione”, la “segnalazioni” sono prassi diffuse in tutto il tessuto sociale. Vorrei dire che non è mai tenuto conto ma questo giudizio lo possono formulare solo i miei alunni e chi conosce da vicino il mio lavoro. A loro, dunque, l’ultima parola.

D: Non crede sia fortemente limitativo considerare tramite votazioni le “conoscenze” di una classe?
R: Assolutamente. Infatti il voto che si formula alla fine dell’anno scolastico nasce da tantissime altre considerazioni e osservazioni, spesso informali, dell’allievo. Per quanto mi riguarda, se fosse possibile, abolirei i voti. Mi interessano gli apprendimenti e i processi di crescita reali, che riguardano il ragazzo nella sua interezza. Il successo della scuola non si può misurare solo sul raggiungimento di obiettivi o in termini di conoscenze e competenze. Rimettiamo al centro l’integralità dell’alunno!

D: Cosa si aspetta dai suoi alunni? E dal suo futuro?
R: Dico loro sempre che, se dovessimo incontrarci dopo anni, avrei piacere nel sapere che sono divenuti bravi medici, architetti, docenti, professionisti, dotati di una morale, di una coscienza civile. Platone o la crisi di Wall Street devono essere strumenti per elaborare strutture che consentano di vivere una vita dedicata al buono, al vero, al bello. I social oggi consentono di seguire i loro successi: di medici, magistrati, chef, scrittori, poetesse…Io sono sempre “in quieta” ricerca. Ho realizzato tutto quello che desideravo dalla mia giovinezza: mi divido tra la mia famiglia, il mio lavoro meraviglioso e, da un anno, l’attività politica come Consigliere comunale. Continuerò ad agire questi ambiti con dedizione e passione. Nessuna ambizione se non fare bene quel che faccio: il marito, il padre, l’insegnante, il politico… Unico rammarico: sto trascurando la scrittura. Esaurito l’impegno politico (a termine!) vorrei ricominciare a curare la scrittura, in particolare quella poetica, che resta la mia passione segreta più profonda.


Intervista a cura di Marika Carolla

1 Comment

  1. Martina Castellarin scrive:

    Complimenti professor Sguera, davvero un’intervista edificante che condivido in tutti i suoi aspetti.

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