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ESPERIENZE D’ABORTO – blog: Esperienze d’aborto

GENITORI DI UNA STELLA – associazione: Genitori di una stella

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Questa intervista è dedicata a tutte quelle donne che, vedendosi affievolire la fiamma della speranza, hanno intrapreso il difficile cammino di “non chiamare alla vita il proprio figlio”, ricorrendo all’aborto volontario, il quale, si rivela spesso come un’esperienza dolorosa, vissuta nella segretezza e nella vergogna ed affonda le sue radici in un terreno di conflitti, paure e solitudine. Possa la Misericordia di Dio avvolgere il loro cuore, medicare ciascuna ferita e restituire loro la pace, sostenendole nell’affrontare un percorso che le aiuti a perdonare sé stesse e coloro che hanno contribuito a quella difficile scelta.

“Sei tu che mi hai creato e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio, sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo”.
Salmo 139

Lasciamo ora la parola ad Ilaria Bertini, mamma, moglie, blogger e cofondatrice dell’associazione “Genitori di una stella”, ringraziandola per aver accettato di condividere assieme a noi, una parte difficile della sua vita.

 

D: Cara Ilaria, vorrei riportare indietro le lancette del tempo ai tuoi 22 anni e ripercorrere con te le tappe che seguono la scoperta, inattesa, di aspettare il tuo primo figlio. Ce ne puoi parlare?

R: Era un periodo in cui lavoravo da mio padre, o meglio, davo una mano nel suo ufficio tecnico, in attesa e in cerca di risposte a curriculum sparsi in tutta Firenze, in pratica ero disoccupata. Avevo un ritardo, sapevo che una sera sul lago di Garda per una breve vacanza, avevamo “rischiato”, ma la nostra immaturità forse ci faceva credere che non sarebbe mai potuto succedere, e invece feci il test di gravidanza ed era positivo.
La prima sensazione che ho provato è stata quella di panico e paura, insieme ad una piccola speranza, in fondo potevamo anche tenerlo; avevo 22 anni, lui aveva un lavoro stabile ed inoltre si stava liberando una casa che aveva in affitto suo zio, dopotutto anche i miei fratelli più grandi erano diventati genitori più o meno alla mia età.

D: Qual è il rimpianto più grande rispetto a quel periodo?

R: Sicuramente quello di non aver chiesto aiuto a nessuno.
Dopo il “no” del mio compagno, non ebbi il coraggio di prendere la mia vita in mano e soprattutto non ebbi il coraggio di prendere per mano la sua vita (quella del mio bambino). I miei genitori erano via per una vacanza e io nel giro di 10 giorni, prima del loro rientro, feci il test al laboratorio di analisi, andai ad un consultorio con i risultati del test, naturalmente fuori dalla mia zona di residenza, aspettai “il tempo necessario a pensare” ed infine fissai l’IVG – interruzione volontaria di gravidanza. Tutto da sola. Non chiesi aiuto ai miei fratelli, né alle mie amiche, non mi aiutò nemmeno il mio compagno (forse troppo immaturo per capire cosa stavo affrontando e troppo immatura io per capire cosa avrei affrontato), ero sola anche il giorno dell’IVG, oggi non è più consentito. Tuttavia, il rimpianto più grande rimane quello di non aver chiesto aiuto ai miei genitori.

D: Come descriveresti le difficoltà che una donna prova subito dopo aver accettato di ricorrere all’aborto volontario?

R: Accettare l’aborto volontario per me è stato un motivo di grande conflitto interiore, desideravo questo figlio, ma avevo il terrore di non poter provvedere a lui: è per questo che sentire l’appoggio di qualcuno, sapere che qualcuno mi avrebbe aiutata, forse mi avrebbe fatto cambiare idea. Nel momento in cui decidi, senti addosso tutto il peso della responsabilità della scelta, in quei giorni mi sentivo come se fossi stata sola al mondo.

D: Tu stessa, mi hai aiutato a dare un titolo appropriato per l’intervista definendo l’aborto come un “dolore nascosto”, vissuto nel segreto del cuore d’una donna, vuoi spiegarci meglio cosa intendi dire con questa espressione?

R: Sono stata anni senza confessare alle persone “quello che avevo fatto”, probabilmente giocava molto il senso di colpa. Comunque, nel momento in cui ho iniziato a parlarne liberamente, sono venuta a conoscenza di tante storie, tante persone, anche vicino a me, che mi hanno confessato questo dolore nascosto, quasi fosse una liberazione poterne parlare con qualcuno.
Una donna non dimenticherà mai il figlio che avrebbe avuto la possibilità di avere, ma che non è riuscita ad accettare; con gli anni ci diamo delle giustificazioni, proviamo ad essere clementi con noi stesse, ma la verità è che non riusciamo fino in fondo a perdonare il gesto che abbiamo fatto, rimanendo vittime della nostra scelta, anche se comunque rimane la certezza che i nostri figli ci hanno perdonato, molto prima di quando lo abbiamo fatto noi, nei nostri riguardi.

D: Puoi raccontarci ora, da dove nasce la tua idea per scrivere “Il diario della Linda” (disponibile online per quanti desiderino leggerlo)?

R: Linda scrive un’altra storia. Infatti, finalmente sposata con il mio compagno, con un lavoro stabile e la casa, rimasi incinta, così, felicissima di questa gravidanza iniziai a scrivere “Il diario della Linda” in cui raccontavo le sensazioni dei nove mesi di attesa, quello che non immaginavo era che Linda, nata viva dopo nove mesi splendidamente perfetti in pancia, mi avrebbe lasciato poco dopo il taglio del cordone ombelicale, per colpa di un’atresia della trachea. Io ho sempre amato scrivere, così ho semplicemente continuato a raccontare tutti i pensieri e soprattutto il dolore e l’amore che questa figlia mi aveva lasciato. Non nascondo che subito dopo la sua morte ho pensato ad una sorta di punizione divina, ma non ho potuto continuare ad immaginare un Dio vendicativo. Oggi vedo nella nascita di Linda un dono, un amore che va al di là della vita, un’opportunità di cambiamento, l’opportunità di essere in diretto contatto con il cielo.
D: Come è cambiato il tuo rapporto con tuo marito rispetto alla decisione di “non far venire alla luce” il vostro primo figlio?

R: Gli anni seguenti sono stati difficili, ne ricordo almeno due in cui ero invasa da sentimenti tumultuosi anche nei suoi confronti: i primi mesi erano caratterizzati da pianti inconsolabili, poi, col tempo, ho cercato di andare avanti e soprattutto ho cercato il perdono per me stessa. Mentre Linda era qualcosa di cui potevo parlare, tutti avevano visto la mia pancia, la nostra attesa, l’aborto era qualcosa che vivevo solo io, qualcosa di cui non parlavo nemmeno con il mio compagno, perché agli occhi della gente che non sa di cosa stiamo parlando, una volta fatto l’IVG, sembra tutto finito, il problema è risolto, perché è di questo che la società parla “un problema” non un figlio, non il tuo bambino.
D: Dopo la perdita di Linda, mi hai raccontato di aver rimesso in discussione la tua fede in Dio, ce ne puoi parlare?

R: Inizialmente ero arrabbiata, non potevo accettare questa punizione che sembrava dirmi “quando io ti ho donato un figlio tu non lo hai voluto, ora prendo Linda con me”, ma come dicevo prima non potevo credere in un Dio vendicativo e non potevo assolutamente pensare a mia figlia semplicemente seppellita sotto un metro di terra! Così ho iniziato a sentire tutto l’amore che mi aveva lasciato mia figlia, attraverso le parole delle persone, con un abbraccio inaspettato, la sentivo viva nel mio cuore e un giorno alla volta sono tornata a far pace con Dio e la fede è stata una delle mie ancore di salvezza.

D: Con la tua amica Giovanna, avvocato, avete fondato l’associazione “Genitori di una stella”, ci puoi illustrare il vostro progetto?

R: Genitori di una stella, nasce da “Il diario della Linda” che era di fatto online proprio per aiutare le persone a cui era capitata la perdita di un figlio in età perinatale, nel febbraio del 2006 non c’era niente che parlasse di questo argomento. Giovanna è stata la prima mamma che ho aiutato, abbiamo passato mesi a scriverci e a sentirci per telefono, poi un giorno lei mi disse di fare qualcosa per aiutare gli altri, così, insieme, abbiamo deciso di fondare “Genitori di una stella”. E’ un gruppo di mamme e papà in aiuto di altri genitori, per questa associazione abbiamo rinunciato alle strutture e regole che di solito governano queste realtà e l’abbiamo immaginata libera, come i nostri figli, non abbiamo tessere associative, né statuti, né regolamenti e ‘ci contiamo solo con le stelle che brillano nel nostro cielo speciale’. Ci incontriamo almeno una volta all’anno, nel mese di ottobre e usiamo tutti i canali dei social media a disposizione per poter arrivare ai genitori sofferenti.

D: Infine, vorrei sapere attraverso la tua esperienza diretta, in quale modo i mezzi di comunicazione moderni possono aiutare le persone in difficoltà a trovare una traccia di speranza nella lunga notte del dolore.

R: Ho cercato di utilizzare tutti i canali social fin da subito, prima con le e-mail e le pagine web, poi attraverso i forum fino ad arrivare a Facebook, Instagram e Whatsapp. Sono sicura che dare l’opportunità di leggere le esperienze altrui, ci faccia sentire meno soli, o meglio, nel caso dell’aborto, può farci capire che la scelta dell’IVG non è la strada più semplice e non è, di certo, una scelta priva di conseguenze: per una mamma, la scelta di avere un figlio, difficilmente costituisce un rimpianto nel futuro, e non sfocia quasi mai nel desiderio privato che quello stesso figlio non sia mai venuto alla luce, mentre l’aborto è qualcosa che rimpiangiamo tutta la vita, soprattutto quando parli con donne che, per svariati eventi, non sono più riuscite a diventate mamme.
La condivisione attraverso i social, portare il peso del dolore insieme ad altri che sanno esattamente quello che provi, fa si che il dolore sia meno grave, poi sta ad ognuno di noi decidere se interagire oppure semplicemente ascoltare o leggere. Tante persone sono rimaste a leggere per interi mesi prima di scrivere qualcosa, ma intanto, tu racconti loro ciò che è capitato anche a te, che le sensazioni sono le stesse, e soprattutto gli lasci un esempio positivo, la speranza che dal dolore si può rinascere, anche più forti di prima!

Ringrazio cortesemente Ilaria Bertini per la toccante intervista rilasciataci e per le sue risposte profonde e riflessive, sul senso della vita.

Intervista realizzata da Martina Castellarin

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