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Inizia così un post di Pierluigi Glionna scritto nel gennaio dello scorso anno, sul suo profilo Facebook, per denunciare e gridare il suo dolore, la sua rabbia, il suo essere semplicemente se stesso all’intero Mondo.

“Ciao, sono Pierluigi; per gli amici Pier, Pipè, Piè… per molti sono purtroppo PIERGAY. Ho quasi 20 anni e sono di Spinazzola. Sono nato in una famiglia in cui la diversità è vista come è realmente: qualcosa di unico, da valorizzare e custodire. Vesto come voglio, alcune volte tutto di nero, altre volte con scarpe rosse, altre ancora indosso un cappello borsalino e altre volte ancora mi faccio i capelli colorati. Perché? Perché mi piace, mi fa stare bene, è LA MIA VITA. La mia vita però, fin dai primi anni delle scuole elementari è stata “macchiata” da voci, insulti, ingiuri sul mio conto… e da quella parola (che eviterò di riscrivere) che leggete lì in alto.”

Abbattere i pregiudizi, andare oltre le apparenze è un dovere di ciascun individuo,perché la vera bellezza risiede nella diversità.

Oggi è con noi Pier, e risponderà ad alcune nostre domande.

D: L’adolescenza è sicuramente una fase complessa per ciascun individuo. Come è stato per te crescere, e sentirsi “deriso” per la tua omosessualità?

R: È stato come vivere all’interno di una palla di cristallo, volersi continuamente nascondere ma essere visto per ogni movimento. Arrivi a convincerti di essere tu quello sbagliato, quello diverso. E ti vergogni a tal punto da non voler uscire più di casa. Inizialmente mi nascondevo dietro un sorriso, non rispondevo, incassavo colpi e rimanevo in silenzio. Tutto mi sembrava triste, tutto mi sembrava grigio. Andando avanti non volevo più uscire di casa, fino a quando non volevo nemmeno più andare a scuola. Spesso all’uscita del catechismo o la Domenica dopo la messa (unici momenti in cui potevo uscire con le mie amiche), venivo preso in giro davanti al silenzio omertoso di molti adulti ed ero costretto a nascondermi o ad entrare in un bar per la paura. Alle scuole superiori questa brutta storia è continuata, nel pullman mi lanciavano palline di carta, facevano versacci e non potevo dormire perché c’era sempre qualcuno che mi faceva foto o disegnava qualcosa sul viso. Non ho mai raccontato nulla ai miei genitori, neanche quando tornavo a casa in lacrime perché per strada dei ragazzi più grandi mi avevano rincorso e urlato insulti. Non è stato facile, avevo paura, mi sentivo solo e sbagliato.

D: Il bullismo è come il cancro, si propaga e distrugge tutto,alle volte annienta anche le speranze. Come è stato riprendersi da una tale esperienza?

R:Subire bullismo per 10 lunghi anni non è facile. Mi sono aggrappato alla mia passione, al mio sogno: il teatro e il cinema. Ho fondato con mia mamma un’associazione culturale chiamata “Piccoli già Grandi” dove ho iniziato a scrivere, dirigere e recitare. Il teatro mi ha aiutato moltissimo, mi ha salvato. Nonostante salire su un palcoscenico davanti ad un pubblico fosse come “entrare nella gabbia dei leoni”, sono riuscito a trovare dentro me stesso la forza di reagire e di inseguire questo mio sogno. Ho trasformato quel dolore in forza e sono diventato più forte giorno per giorno.

D: La ferita è del tutto guarita o ci sono ancora giorni in cui, credi di non essere guarito del tutto?

R: Sì, ci sono giorni in cui sento di non essere guarito del tutto. Ci sono momenti in cui per strada ho ancora paura di essere preso in giro, rincorso o minacciato e mi guardo le spalle. Non sopporto la gente che minaccia, usa la violenza o urla contro i più deboli. Odio chi insulta o critica o dà nomignoli e soprannomi cattivi anche per scherzo, perché so quanto può far male alla persona che li riceve. Spesso appaio alla gente come un ragazzo pieno di sé e sicuro, ma per me è uno sforzo grandissimo perché ho molte insicurezze e paure. Inizialmente non riuscivo a fare amicizia o a parlare in pubblico, lavorando su me stesso sono riuscito a cambiare questi aspetti che non mi piacevano. Sono un continuo work in progress.

D:Quanto è diffcile, secondo te, nella società attuale essere realmente se stessi?

R:Troppo. Nessuno è se stesso nella società attuale. Chi ci riesce viene deriso e isolato. Dovremmo imparare ad amarci, a bastarci e a superare le difficoltà con le nostre forze. Molti non sanno ascoltare, immedesimarsi… bisognerebbe provare ad andare anche contro corrente, a farci una nostra idea e a combattere per essa.

D:Chi ti è stato vicino nei momenti più tristi? Credi ancora in una società libera dalle catene mentali e stupidi pregiudizi?

R: Devo dire grazie alle mie amiche che per anni mi hanno fatto da scudo, mi hanno difeso e sostenuto in questa mia lotta. È solo grazie a loro se sono riuscito a denunciare e mettere un punto a questa storia. Circondarsi di gente che ti vuole bene è fondamentale in quei momenti. E poi devo dire grazie alla mia famiglia, perchè nonostante non avessi mai detto nulla… loro mi hanno cresciuto ed educato al rispetto, alla sincerità e alla diversità. Nella mia famiglia la diversità è vista come ricchezza. Mi auguro che la nostra società possa, un giorno, essere libera da catene mentali e pregiudizi. Il vento sta cambiando. Possiamo combattere tutto ciò insieme, basta contribuire. Le famiglie, la scuole e le istituzioni hanno un ruolo FONDAMENTALE in tutto questo.

D:Quale è il messaggio che vuoi lasciare ai giovani vittime di bullismo?

R:Non arrendetevi. Combattete e rompete questo silenzio. Non abbiate paura, parlatene con i vostri amici, i vostri genitori, professori o di qualcuno di cui vi fidate. Non siete soli e sopratutto non siete sbagliati.

Grazie per essere stato con noi. Auguri per il tuo futuro. 

Intervista realizzata da Marika Carolla

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