Francesco Sacco- Arte che racconta di emozioni

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Cantante

francesco by Giovanni Battista Righetti (1)

francesco by Giovanni Battista Righetti (2)

Svolgere un ruolo che ha a che fare con il mondo artistico non solo permette di esprimere tutto quello che avvertiamo, ma permette che anche altre persone ne possano percepire l’essenza, e trasformare questa percezione in un nuovo punto di vista, un nuovo modo di vedere le cose. In questo modo gli artisti sembrano quasi suggerirci dei consigli per la nostra vita quotidiana, perchè vengono raccontate emozioni che possono essere condivisibili e vissute da tutti. E’ questo quello che più apprezziamo dell’arte, avvertire un’emozione a noi così vicina, e e capirne il racconto dell’autore è qualcosa di unico ed inimitabile. Francesco Sacco nasce a Milano il 24 giugno 1992 ma trascorre infanzia e adolescenza a Novara, dove inizia ad ascoltare e studiare musica. La sua famiglia gli trasmette la passione per la musica, inizia a studiare la chitarra classica, che lo accompagnerà fino agli anni del liceo. Incuriosito dapprima dalla musica classica, arriva in seguito la passione per il blues, il rock anni ’70 e i cantautori, che, oltre che sfociare nella formazione di band locali che portano Francesco ai primi approcci con il palco scenico, lo spingono verso la scrittura, iniziando a collaborare come redattore per riviste musicali e incontra il mondo del teatro e della danza contemporanea, con la quale inizia a collaborare assiduamente, firmando colonne sonore e direzioni musicali per decine di spettacoli.In questi anni inizia il suo percorso di approfondimento dei software musicali e lo studio del sound design, le collaborazioni con vari brand di moda e di design, fonda il collettivo Cult of Magic, gruppo di artisti dedito ad arti performative, danza contemporanea, teatro e musica. Nasce infine il suo ultimo disco intitolato “La voce umana” che oggi ci racconta all’interno di questa intervista.

Lasciamo ora la parola a Francesco Sacco con l’augurio di proseguire in questo meraviglioso percorso.

 

 D: Come nasce la passione per la musica?

R:Ho iniziato a studiare musica da piccolo, in particolare la musica classica e poi mi sono avvicinato al mondo del rock anni 70 e del cantautorato blues.

D: Quali sono stati i cantanti che hanno influenzato il tuo modo di fare musica o che ascolti più spesso?
R: Sono tanti e contemporaneamente pochi. Odio la musica d’ambiente e i sottofondi. Sicuramente il primo genere musicale che ha dato una grossa spinta alla mia produzione è stato il mondo del blues. Da piccolino ho studiato musica classica ma il blues mi ha colpito perché ha questa capacità straordinaria di riuscire a dire tanto con poco, di avere una struttura fissa fatta di 3 note che si ripetono all’infinito al cui interno ci sono narrazioni che fanno piangere, fanno ridere e fanno emozionare. Questo credo che sia la grandezza del blues che è un linguaggio che ho cercato di fare il mio dal punto di vista di modalità più che di contenuto musicale. Per quanto riguarda i cantautori, Guccini è sicuramente uno dei miei autori italiani preferiti, o altri della Chanson francese, fino a Tenco, Bindi, Morgan o Bianconi che apprezzo molto.

D: Qual è una canzone del passato o più recente che avresti voluto scrivere tu? Perché?

R:Ce ne sono tantissime. Avrei voluto scrivere tutti i dischi che ha scritto Leonard Cohen però non li ho scritti io e non ci penso troppo. Superficialmente sono tantissime le cose che avrei voluto scrivere, ma in realtà la proprietà autoriale della canzone è bello quando ti ci riconosci. In realtà avrei voluto scrivere le canzoni che ho scritto e che appartengono a me per rispondere alla domanda.

D: Come ti descriveresti sotto il profilo lavorativo? Quali pensi siano le caratteristiche che più ti identificano?
R:Sicuramente mi considero un lavoratore e sono instancabile quando ho in testa qualcosa. Il perfezionismo è l’altro aggettivo che mi identifica. Tante volte l’immaginazione precede l’atto pratico e quando questo non rispecchia o rispetta quello che era la mia immaginazione vado avanti a fare e rifare. Sono anche un pigro però quando vedo che le cose non funzionano tendo a scartarle perché lo prendo come un segno di intelligenze superiori che mi dicono di lasciar perdere.

D: Raccontaci del progetto “La voce umana”. Partiamo dal titolo, come mai scelto di chiamare così il tuo disco?
R:Il titolo dell’album è preso in prestito da un monologo di Cocteau, che si intitola “La Voce Umana”. Dopo aver scritto tutti i brani del disco, mi sono imbattuto di nuovo in questo monologo che mi piace particolarmente e che ho deciso di inserire nell’introduzione del disco nella versione recitata da Anna Magnani. Questo monologo, che è anche una forma di dialogo, ritrae una donna che parla al telefono con il suo amante e chiude questa relazione clandestina. In realtà parla solo la donna quindi è un dialogo che si trasforma in un monologo. Questa struttura narrativa da la possibilità di andare in profondità e assume poi la forma di introspezione e auto analisi. Mi sono identificato in questo personaggio che parla da solo al telefono che è un po’ quello che ho fatto io con la stesura dei brani, avendo a disposizione tanto materiale auto biografico. Alla fine è stato un vero e proprio guardarsi dentro.

D: Qual è la canzone presente nel tuo album che più ti piace o più ti rappresenta?
R:Direi che tutte mi rappresentano tranne forse “Maria Maddalena” che si riferisce a tante persone che conosco ma a nessuna in particolare. Tutte le canzoni si riferiscono a dei momenti della mia vita. La mia canzone preferita è sicuramente “A te” che è la canzone più esplicitamente d’amore.

D: Qual è un messaggio che vorresti la gente recepisse da questo tuo lavoro discografico?
R:Più che un messaggio in particolare parlerei di racconto. Essendo un disco molto intimo, parte dall’esigenza di raccontare me stesso e la mia vita a un pubblico che ascolta ed eventualmente si identifica nelle storie che io racconto. Non c’è una vera e propria esigenza di lasciare un messaggio che forse appartiene ad un cantautorato più impegnato come quello di Bob Dylan.

D: Come pensi la musica e in genere l’arte possano cambiare in meglio la visione del mondo?

R: Il bello aiuta sempre e da delle buone energie a chi lo fruisce. L’arte però non è solo bella ma anche drammatica ed è in questo che l’arte forse può contribuire a migliorare il mondo perché fa questa cosa straordinaria di farci identificare in cose, situazioni e persone che non abbiamo vissuto. Se l’opera è fatta bene e ci parla, è un po’ come se l’avessimo vissuta anche noi.

D:Quali sono i tuoi futuri progetti?

R: Ho in ballo un po’ di cose che spero di poter concretizzare quanto prima. Ho appena pubblicato un disco e il mio auguri che possa partire un tour quanto prima. Sto lavorando anche alla regia di un progetto teatrale che uscirà a Ottobre e debutterà a Roma.


Ringraziamo Francesco Sacco per la sua collaborazione e per il tempo che ci ha donato, augurandogli di continuare a sorprenderci e a sorprendersi.

 

Intervista realizzata da Manuela Ratti

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