Fabio Strinati – “Dal proprio nido alla vita”

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La bellezza di ciò che è importante


Spesso restiamo incollati a noi stessi, come in una gabbia da cui non riusciamo ad uscire. Troppo chiusi, sono i pensieri. E troppo imponente ciò che crediamo. E, a volte, ciò che speriamo. Come in un nido.

Come un nido d’uccelli che resta su un albero troppo alto, mentre guarda un cielo troppo lontano e delle foglie troppo verdi. Il vento… il vento anche lui è troppo, a volte, quasi spesso. Troppo… veloce. E trasparente, anche. Quasi ci sfugge via, quasi riesce a volare ammirandoci da lontano e sorridendo, anche.

Fabio Strinati – l’autore che vi presenterò oggi – era anche lui in un nido; piccolo e perso. Almeno fino al momento in cui non ha conosciuto le parole. È nato così un poemetto, che io definirei un piccolo viaggio, tra i pensieri e le paure dell’autore. Parlo di “Dal proprio nido alla vita” (Ass. Culturale Il Foglio Editore), un inno alla speranza di un’esistenza migliore, ma anche un inno a ciò che è importante, a ciò che è bello. Sì, perché sono tanti i protagonisti di questa creazione: la natura, le rondini, il vento, il mondo che ruota per poi fermarsi, il cielo, una stanza, e poi ancora i monti, i piedi sulla terra, il sorriso dei pianeti. Tanti piccoli elementi che formano un unico vocabolo su cui è costruito l’intero viaggio dell’uomo: bellezza. Tra queste pagine, si respira la bellezza dell’anima di Fabio, mentre le parole scorrono veloci e non hanno il tempo di fermarsi. Semplicemente perché la bellezza si muove, diventa luce, e poi vita. E la vita riesce a farci uscire da quella gabbia in cui eravamo intrappolati, da quel nido in cui avevamo chiuso i pensieri. Sono pagine trasparenti, in cui l’autore si confessa senza vergogne e timori, creando un dialogo e un legame con il lettore, trasformato improvvisamente nel suo più prezioso confidente.

Leggendo il poemetto, si resta senza parole, nonostante siano proprio le parole a costruirne l’essenza. E sono proprio le parole le uniche in grado di tirarci fuori dal nostro nido e passare, finalmente, alla vita.

Ora lascio la parola a Fabio Strinati, con l’augurio di proseguire in questo meraviglioso percorso.


D: Come nasce l’ispirazione per “Dal proprio nido alla vita”?
R: L’ispirazione nasce dopo aver letto per ben cinque volte “Miracolo a Piombino”, un romanzo di Gordiano Lupi. Un libro che ho più volte definito come “perfetto”, proprio perché Lupi ha saputo unire una scrittura elegante e delicata alle tematiche trattate, ovvero: fanciullezza, giovinezza, adolescenza. Poi è anche un libro che parla di coraggio e di paura, di lotte interiori e di battaglie. C’è moltissima poesia in “Miracolo a Piombino” e questo testimonia come non è la forma a produrre poesia, ma l’autore quando riesce a far emergere in superficie la sensibilità, la passione e il sentimento.

D: Questo poemetto è ispirato a “Miracolo A Piombino” di Gordiano Lupi. Perché e che ruolo ha questo libro nella tua vita?
R: “Miracolo a Piombino” ha un ruolo molto importante sia per me, che per la mia anima. Per me, in quanto è riuscito a riportare alla luce tutti quei ricordi che con il passare del tempo ho voluto perdere per strada. Ricordi accantonati, messi a tacere in uno sgabuzzino d’ombra. Per la mia anima, in quanto mi sono reso conto, dopo averlo letto cinque volte di seguito, quanto la mia infanzia sia stata furbescamente rapida. Non ho rimpianti e non vivo la mia vita sotto questi termini, ma credo che in realtà l’adolescenza non giochi ad armi pari.

D: L’intera stesura è uno sfogo al lettore e assume le sembianze di un diario segreto. Secondo te, le parole hanno il potere di essere terapeutiche?
R: Le parole producono suoni, hanno un significato, parlano sia all’anima delle persone, sia dentro gli occhi di queste persone. Quando si scrive una parola è perché il nostro pensiero in qualche modo l’ha pensata e organizzata in precedenza; siamo un tutt’uno con la nostra anima e quando ci si sfoga lo si fa proprio perché questo confronto avviene dentro di noi, ovvero dove la profondità è infinita e illimitata. Le parole sono terapeutiche ma hanno una grande responsabilità: vanno scelte con cura perché poi la gente ci crede.

D: Perché hai scelto proprio la rondine come simbolo di una libertà che tutti sogniamo?
R: Ho scelto la rondine per il coraggio: questo uccello così elegante che attraverso i suoi lunghi viaggi si stacca dal suo nido per poi farvi ritorno con una maturità e una consapevolezza del tutto nuova, trasformata. L’esperienza della vita non è vivere, ma è come vivere. Le scelte vanno prese nel momento giusto, un po’ come un raggio di sole che penetra nella foresta e che sa perfettamente quando penetrare; ecco, la rondine è proprio quel raggio, è speranza.

D: Secondo il tuo punto di vista, qual è il legame che c’è tra il vento e il bisogno di uscire da un dolore che ci tiene in gabbia?
R: Il vento ha la straordinaria capacità di essere invisibile e di essere “sempre e ovunque”. Il vento è leggero, ma in ogni momento ti sfiora e poi ti tocca. Questo sfiorare, questo toccare, rappresentano i tanti messaggi che sono nascosti dentro il vento: il dolore, così come la felicità e i piaceri della vita, sentono il bisogno di uscire
allo scoperto, di ribellarsi a quella gabbia che noi ci portiamo dietro proprio perché costruita su misura. Credo che il vento sia un messaggero molto misterioso che nessuno mai interpella ma che puntualmente è lì a ficcanasare su questioni a tratti sagge, a tratti spinose.

D: Tra le pagine, inserisci l’elemento della natura, in tutte le sue forme, che è quasi la protagonista dell’intero poemetto. Che ruolo ha questa nella tua vita?
R: Noi tutti siamo immersi nella natura, chi più chi meno. Io ho la fortuna di abitare luoghi dove la natura la si respira sotto ogni aspetto; profumi, odori, suoni, colori e percezioni che mi permettono di pensare che “al di sopra di un uomo” (titolo di un mio libro di poesia) c’è tantissima energia diversa da quella che in realtà percepiamo. In questi luoghi dove io vivo, il tempo sembra essersi fermato e quando il tempo scorre lentamente, dentro di noi si allargano orizzonti e il mondo ci sembra molto più piccolo anche se la realtà dimostra che è esattamente il contrario.

D: Mi ha incuriosito particolarmente i tuoi pensieri verso la montagna, in particolare il Monte Corsegno. C’è una ragione per cui l’hai scelto?
R: Il Monte Corsegno è la montagna di Esanatoglia, il paese dove sono nato e dove tutt’ora vivo. Una montagna che mi ha sempre accompagnato fin da quando ero ragazzino. Sono attratto dalla sua forma, dai suoi colori; anche quando è primavera, sembra che sia autunno. In inverno è invece inavvicinabile: incute timore e rispetto, nonostante non arrivi a 1000 metri di altitudine!

D: Secondo te, qual è il modo migliore per passare dal proprio nido alla vita?
R: Il modo migliore per passare dal proprio nido alla vita è vivere la vita dando la giusta importanza al nido.

D: Cosa vorresti trasmettere al lettore?
R: Al lettore desidero trasmettere la mia energia in un determinato momento della mia  vita. Cerco di essere me stesso sempre ma non vale solamente per questo libro. Il lettore quando legge ogni singola parola è come se legge me perché io mi annido tra le pagine dei miei libri come quel vento di cui ti parlavo prima, ovvero: mentre stai leggendo io ti sfioro e poi ti tocco, ma con una carezza.


Ringrazio Fabio Strinati per la sua collaborazione e per il tempo che mi ha donato, augurandogli di continuare a sorprenderci e a sorprendersi.

 

Recensione e intervista a cura di Stefania Meneghella

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