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Emanuele Iula è un sacerdote gesuita nato e cresciuto nelle periferie di Roma, tra mille interessi e una forte passione per la saggistica. La sua spiccata sensibilità alle domande del mondo giovanile è solo uno dei tanti fattori che ha contribuito alla sua formazione di scrittore e docente presso la Pontificia Facoltà Teologica di Napoli (sez. San Luigi); qui insegna filosofia, disciplina che ha potuto approfondire una volta entrato nella Compagnia di Gesù nel 2001. Le esperienze che ha vissuto e le competenze acquisite si riversano nei suoi scritti, per lo più libri di saggistica.
“Chiedilo a Luna” (Edizioni Efesto,2018), invece, è il suo primo romanzo ed è un tentativo di tradurre in chiave narrativa le sue ricerche sul tema dell’etica generativa. Il libro vede come protagonisti due adolescenti, Giuseppe e Luna, che scoprono di essere l’uno l’interlocutore perfetto dell’altra e iniziano così a dialogare di qualsiasi tema.

D: Uno dei temi del romanzo è l’etica generativa. Cos’è?

R: L’etica generativa è il motore di tutta la mia attività di ricerca da qualche anno a questa parte. Diciamo che si tratta di una teoria che si chiede che cosa bisogna fare per rendere le nostre vite più feconde possibile. Partendo da questo presupposto, ho provato a chiedermi in quanti modi è possibile essere fecondi nella propria vita e ho trovato che la fecondità si dice di molte cose: possiamo senz’altro parlare di una coppia feconda, ma anche di un’intelligenza feconda, di un’amicizia feconda, di una scuola di pensiero feconda, ecc.

D: Ma fecondità e generatività sono la stessa cosa? 

R:No, non direi. La generatività è un termine tecnico. Essere generativi è più che essere fecondi. Per essere generativi bisogna avere una cura particolare per i nostri legami fondamentali. I legami non sono tutti uguali. Quelli generativi sono quelli più importanti, più duraturi, quelli di cui non è possibile fare a meno. E siccome ogni legame prima o poi va in crisi, bisogna anche porsi il problema di come rinnovarlo. Altrimenti, come tutte le cose, si secca e muore. Ecco una buona definizione di generatività: uno studio su come nascono i legami e su come si rinnovano. Quando poi aggiungo che si tratta di un’etica, ho in mente che tutto questo dipende anche da noi, dal nostro impegno, dalle nostre azioni e dal modo di prenderci cura di noi stessi e degli altri.

D:  Cosa ti ha ispirato nella stesura di una storia che vedesse questa tua teoria come colonna portante del romanzo che hai scritto?

R: Mentre scrivevo il primo saggio sulla generatività, ho pensato che se fossi rimasto legato a quel linguaggio e a quel modo di esprimermi avrei avuto pochi interlocutori per discutere della teoria. È per questo che ho sempre avuto in mente e nel cuore l’idea di tradurre tutti questi concetti in qualcosa che potessero leggere tutti, senza aver bisogno di sapere cosa sia la generatività, la fecondità, il legame, ecc. Anche perché tutte queste parolone per cui noi filosofi andiamo pazzi, in fondo fanno parte delle nostre esperienze più ordinarie. È da lì che nasce anche l’etica generativa, da una domanda che tutti si fanno. Così mi sono cimentato con la narrativa, perché pensavo che questo mi avrebbe permesso di dialogare con chiunque di questi temi e in maniera altrettanto competente che con altri studiosi come me. Se ti ricordi della presentazione che abbiamo fatto alla libreria Arethusa (avvenuta il 7 dicembre 2019, ndr.), insieme alla prof.ssa Catia Tenaglia, ti confermo che questo mio auspicio corrisponde esattamente a quello che è successo quella sera. Abbiamo parlato in modo semplice e competente di temi che ci stanno a cuore.

D:Il pubblico a cui è indirizzata la storia è giovanile. Da cosa nasce il desiderio di voler comunicare con i giovani in un modo così introspettivo ed intimo? 

R:Lavoro con i giovani da quando sono ragazzo. Cioè lavoravo con ragazzi e ragazze ancora più giovani di me. Sono intimamente convinto che lavorare con i giovani equivale a lavorare sul futuro di una società, anche se non credo di essere l’unico a pensarlo. In passato, durante la mia formazione come gesuita, ho lavorato tre anni a Milano nella nostra scuola, il Leone XIII. Lì ho capito che i giovani non sono solo il nostro futuro, ma anche i nostri maestri per il presente. Sono stati spesso loro a farmi capire come funzionano certe cose della vita, e anche come certe cose non potranno mai funzionare se continuiamo a pensarla in un certo modo. Da quel legame, è proprio il caso di dirlo, ho appreso anche i rischi a cui il mondo giovanile è esposto. Uno di questi è la mancanza di riflessione sulle proprie esperienze, belle o brutte che siano. “Chiedilo a Luna” è un libro molto riflessivo, forse anche troppo. Ma è un modo di trasmettere il bisogno di farsi delle domande. E siccome sulle cose è sempre bello riflettere insieme ad altri, ho pensato che inventare dei dialoghi su temi più o meno ricorrenti fosse un buon modo per rimanere in contatto col mondo giovanile e per incontrare persone completamente al di fuori degli ambienti che frequento.

D:L’ascolto è un altro argomento che ti sta a cuore. Pensi che i giovani di oggi abbiano più voglia di essere ascoltati dagli adulti o di ascoltarsi fra di loro?

R: Da quello che vedo, l’ascolto e la ricerca del confronto con l’altro è una cosa che va alimentata in ogni caso e in ogni modo possibile. Il confronto con gli adulti e quello tra coetanei non sono alternativi l’uno all’altro e non entrano affatto in competizione. Al di là delle ovvie differenze di modalità e di linguaggio, rappresentano una spinta a fare sintesi, sia per i giovani, sia per gli adulti. Altrimenti non serve a nulla alimentarli. Nel romanzo ho senz’altro privilegiato il confronto tra Giuseppe e Luna, ma se ci fai caso, ci sono tante situazioni in cui Giuseppe, e indirettamente anche Luna, si confronta con un adulto. Anche qui, se c’è un rischio che mi pare di percepire, almeno dal mio punto di vista, è che questi due tipi di dialogo entrino in concorrenza. In genere il versante che viene compromesso di più è proprio il confronto con gli adulti. Il non sentire il bisogno di questo tipo di dialogo, alla lunga, può rivelarsi problematico. Potrebbe nascerne uno scollamento sociale e generazionale. Sicuramente ciascuno di noi ha degli esempi che possono aiutare a riflettere su questo problema. Da parte mia cerco di fare sempre il possibile per favorire nei giovani che conosco non solo il confronto con le generazioni precedenti, ma anche la presa di posizione personale, il prendersi la responsabilità di quello che si pensa e che si crede. Sicuramente a questo tipo di maturazione si arriva col tempo. Ma è una buona abitudine abituarsi a rendere conto del perché si pensano o si credono determinate cose.

D: Hai scritto tanti dialoghi in un libro affinché venissero letti. Scrivere, parlare, leggere: che importanza hanno per te questi tre verbi? 

R:Hai ragione, sono tre verbi molto importanti per me. Credo che lo siano anche per tanti ragazzi e ragazze che ho conosciuto in passato. Da parte mia, ho imparato a leggere con attenzione sempre maggiore nello stesso momento in cui ho avuto l’esigenza di scrivere. Da un lato, ho notato di essere diventato sempre più sensibile alla chiarezza e alla linearità delle letture che facevo. Non parlo solo dei miei filosofi, ma anche dei giornali, dei differenti mezzi di comunicazione, e addirittura delle mail. Dall’altro lato, questo stesso bisogno di chiarezza si è trasformato in una specie di dovere in tutte le occasioni in cui avevo a che fare con qualcosa da scrivere o da dire in pubblico. Potrei dirti che è la scrittura che mi ha insegnato a leggere e la lettura che mi ha insegnato a scrivere. Il parlare sta un po’ in mezzo tra questi due. A questo potrei aggiungere una cosa. La difficoltà a esprimersi correttamente per iscritto, oppure oralmente davanti a un pubblico, rappresenta una possibile fonte di blocco, che ho voluto menzionare esplicitamente all’inizio del romanzo. Non è affatto una questione di doti personali o eventualmente di mancanza capacità. È un problema che potrei chiamare spirituale, perché riguarda il rapporto che ciascuno di noi crea con le cose e con le parole. Per questo, ai due modi di confrontarsi di cui abbiamo parlato prima, cioè con gli adulti e tra coetanei, credo che bisogna aggiungerne un terzo, non meno importante dei precedenti, che è il confronto con il testo scritto. La scrittura e la lettura in fondo sono come due gemelle diverse, che hanno il 50% del DNA in comune. Immagina una situazione in cui in classe, invece di una maestra, ne hai due per la stessa materia. Ecco, lettura e scrittura sono due maestre molto esigenti e che insegnano la stessa materia. Ti insegnano a essere rispettoso, trasparente, attento a quello che dici agli altri e degli altri, ma anche a quello che capisci di quello che dicono gli altri. Ti insegnano anche a confrontarti con la solitudine e col silenzio. Anche qui c’è un rischio, che solo con gli anni sono riuscito a identificare. Il rischio è di capire sempre quello che vuoi capire tu e non quello che l’altro dice, di ascoltare solo le opinioni che confermano le tue posizioni, di interessarti solo a cose e persone che rinsaldano le tue idee, senza entrare in un processo di crescita personale. Né la scuola, né la famiglia, da sole, possono garantire il successo di questo risultato, che poi consiste nell’essere veri nei confronti della vita che ci circonda. Sarebbe una buona domanda da affrontare con l’etica generativa, che ci faccia comprendere che leggere bene e scrivere bene sono un modo di alimentare il legame con gli altri, perché ci insegnano a essere migliori.

D: “Forse le nostre società hanno un problema con il tempo. A forza di guardare l’orologio abbiamo smesso di godere della bellezza del tempo” è una frase del romanzo. In relazione all’emergenza sanitaria COVID19, come pensi che cambierà il nostro approccio con il tempo quando si potrà tornare alla normalità? 

R: Questa sì che è una domanda! Le cose cambiano solo se lo vogliamo. Se questo tempo di quarantena ci sta insegnando davvero qualcosa, ciò accade perché ci è stata data una disciplina stretta a cui tutti siamo tenuti. Credo che ben poche altre situazioni siano capaci di essere così inclusive e coinvolgenti come questa epidemia improvvisa. Ti dico una cosa che potrebbe cambiarci, sempre che lo vogliamo. Per esempio l’avere a che fare con giornate molto ripetitive, molto uguali le une alle altre, ci sta facendo confrontare con domande che nel ritmo di vita precedente potevano rimanere in sordina. Una di queste è la qualità del rapporto – o del legame, per dirla in maniera generativa – con le persone che ci sono più vicine. Che succede se la qualità di questi rapporti non è buona? È senz’altro un problema. Ma sappiamo anche che i problemi si risolvono solo quando si affrontano e in questo frangente siamo obbligati a farlo. Questa situazione di quarantena ha tagliato via tante nostre abitudini, per esempio un ritmo di vita alto. Questa è senz’altro una causa che ci impedisce di sentire il gusto delle cose, amaro o dolce che sia. Più un treno va veloce, meno mi rendo conto degli alberi affianco alla ferrovia, cioè quelli a cui passo più vicino. Più l’agenda è piena, meno mi rendo conto delle persone che mi sono più vicine. Qui la nostra agenda non è solo più vuota, ma anche quelle poche cose che comunque ci vanno a finire dentro sono sempre le stesse. Quindi abbiamo a che fare con una routine quasi schiacciante, che ci mette di fronte un buon numero di paure, che svaniranno tutte nella misura in cui ci accorgeremo che questa disciplina ci sta guarendo, senz’altro a suon di litigi, ma anche di riconciliazioni. Saremo guariti dalle parole che sapremo indirizzarci gli uni gli altri, senza ferirci più, ma rispettandoci. Esattamente come accadrebbe se ci dedicassimo alla scrittura e alla lettura in maniera più costante. Un popolo di scrittori avrebbe meno difficoltà in queste situazioni, perché più sensibile alle parole, proprie e degli altri. Penso che gli inviti continui a leggere non siano solo delle trovate commerciali, ma un modo per renderci davvero migliori. Credo che sia l’unica voce credibile in questo momento, molto più dei dati su morti, guariti e contagiati che circolano ogni giorno. Senza volerlo, questa epidemia è un momento di verità. Anche qui abbiamo a che fare con una maestra esigente. Da parte mia, mi auguro che saremo in grado di fare il lutto di quello che non possiamo più permetterci, cioè di essere indifferenti a quello che capita a coloro che ci sono più vicini, che sono il nostro prossimo.

Intervista realizzata da Marta Spadaro

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