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L’essenza di questo articolo verte su un unico termine che è ancora misconosciuto dalla maggioranza della popolazione italiana e deriva dal Giappone, dove questa parola è divenuta negli anni il simbolo di una nuova frattura fra l’uomo e la società che lo circonda: Hikikomori, ovvero, l’isolamento sociale volontario. La definizione del dottor Marco Crepaldi, il fondatore e presidente dell’associazione nazionale “Hikikomori Italia” che nasce con l’obiettivo di sensibilizzare, supportare ed informare rispetto a questa condizione, ci viene in auto per fornirci una lente di ingrandimento su questa nuova lacerazione sociale: “L’ hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate”. Il termine hikikomori significa letteralmente “isolarsi“, “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti e giovani adulti che decidono di allontanarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. Al momento in Giappone si parla di oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione. È evidente che si tratti di un fenomeno incredibilmente vasto, di cui ben pochi ne hanno la giusta concezione, soprattutto al di fuori del Giappone. Anche in Italia l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, non sembra essere una sintomatologia culturale esclusivamente nipponica, come si riteneva all’inizio, ma riguarda tutti i paesi sviluppati del mondo. Secondo alcune stime (non ufficiali) nel nostro paese vi sarebbero almeno 30.000 casi e riguardano una fascia d’età compresa tra i 15 e i 30 anni. L’obiettivo principale dell’Associazione “Hikikomori Italia” che vanta un proprio sito, pagina Facebook con un Forum per i ragazzi con queste problematiche ed un gruppo Facebook dedicato ai genitori, non è quello di curare, ma di capire questo problema affrontandolo senza pregiudizi.

Lasciamo ora la parola al Dott. Marco Crepaldi per addentrarci più fedelmente nella comprensione di questo termine ancora poco conosciuto

 

D: Dott. Crepaldi, può tentare di spiegarci perché un ragazzo decide volutamente di isolarsi da chi lo circonda e quali sono, a suo parere, le cause scatenanti?

R: La causa madre per descrivere un hikikomori è la pressione sociale e la sofferenza che da essa ne scaturisce. Queste pressioni possono derivare dalla scuola, dai coetanei, dai genitori, dalla società in generale e provocano nel ragazzo una grande angoscia, poiché egli non è in grado di assecondarle.
Andare bene a scuola, riuscire a costruire una vita con un lavoro stabile, amicizie soddisfacenti, sono solo alcuni degli aspetti che per un hikikomori possono rappresentare degli ostacoli difficili da superare, poiché, per mancanze caratteriali, lui non riesce a viverli appieno e ciò gli provoca una grande sofferenza. Quando questo gap tra la vita ideale e la vita reale si allarga, il dolore si acuisce e la scelta più automatica è quella di scappare: la propria camera, l’ambiente intimo e sicuro della casa permette di abbassare drasticamente quelle che sono le tensioni sperimentate dal ragazzo, soprattutto la vergogna derivante dal mancato adempimento di tali pressioni sociali.

D: Come possono, questi ragazzi, essere aiutati ad uscire da una situazione di “non coinvolgimento” col mondo che li circonda?

R: Possono e devono essere aiutati sia a livello sociale che locale, iniziando innanzitutto a non pressarli nello svolgere determinate attività: uno degli errori che viene fatto di sovente per un eccesso di apprensione è quello di riportali rapidamente a scuola.
In una prima fase, non vi è la necessità di affrontare cure farmacologiche e non si ritiene opportuno coinvolgere il ragazzo in un intervento di tipo psicoterapeutico. Tuttavia, quando l’isolamento porta lentamente il ragazzo a saltare giorni di scuola, ad invertire il ritmo sonno-veglia, fino a lasciare gli amici o le attività che un tempo erano svolte in piena autonomia e serenità, in quella fase è molto importante l’intervento dei genitori e della scuola per cercare che il ragazzo non abbandoni completamente il luogo di studio. Solo quando il ragazzo sembra non rispondere agli stimoli dei genitori ed educatori scolastici, allora ritengo che ci sia bisogno di un supporto esterno, un aiuto psicologico ed eventualmente, se l’isolamento dà sfogo ad alcune psicopatologie o all’abbassamento dell’umore che è spesso associato alla condizione di separazione che il ragazzo vive in prima persona, possono essere utili anche i farmaci come supporto.

D: Come può la psicologia moderna aiutarli concretamente? 

R: Essendo più flessibile. Quello che viene fatto oggi dagli psicologici è tentare un percorso psicoterapeutico classico: portare in studio il ragazzo e fargli seguire una psicoterapia. Questo di solito non funziona perché i ragazzi nel caso dell’isolamento sociale, spesso, non ritengono di aver bisogno di un aiuto anche per orgoglio personale, e quindi non sentono alcun stimolo di recarsi in studio. Con flessibilità, io intendo la sperimentazione di forme alternative al setting classico psicologico, tuttavia, deve essere presente la disponibilità di alcuni psicologici più giovani ad andare a casa del ragazzo ed instaurare un rapporto anzitutto “sociale” per guadagnarsi la sua fiducia, per poi portarlo gradualmente in studio per la seconda fase di percorso psicoterapeutico. Ritengo che la psicologia debba aprirsi a nuove forme di sperimentazione e non incanalare gli hikikomori attraverso le categorie diagnostiche già esistenti perché altrimenti si finisce per trattarli in modo non adeguato. C’è molta confusione sugli hikikomori ancora in Italia: molti approcciano il termine con la definizione tipica giapponese che prevede che un hikikomori sia tale se non esce di casa per almeno 6 mesi; quindi se il ragazzo esce di casa rare volte o mantiene alcuni rapporti sociali, sostiene di non essere classificabile come un hikikomori solo per questi fattori. L’hikikomori non va interpretato come uno stato di isolamento totale ma una pulsione all’isolamento, è un termine che contiene molte sfumature e non può essere ingabbiato in un linguaggio rigido e unilaterale.

D: Come si può prevenire questa chiusura verso la vita?

R: La prevenzione è fondamentale perché una volta che il ragazzo si è isolato è più complesso intervenire, soprattutto nella prima fase, quando c’è ancora un contatto con i coetanei, con la famiglia, con la società, è importante agire in modo diretto: penso che la sensibilizzazione sia fondamentale perché consente agli insegnati, genitori e alle persone vicine al giovane, di capire quando è il momento d’intervenire e quali sono i campanelli d’allarme. In termine di prevenzione, cosa possono fare i famigliari è non mettere ulteriore pressione su questi giovani perché già avvertono un grosso peso sulle loro spalle. Vi sono, ad esempio, dei genitori che tendono a mettere urgenze di realizzazione scolastica sul ragazzo spingendolo a riprendere velocemente la scuola, oppure premono affinché egli riprenda il rapporto con i coetanei o tutte quelle attività che per lui ora sono fonte di grande malessere. Questa errata condotta, finisce per aggravare tale pressione invece che alleggerirla, il che contribuisce alla chiusura e difficoltà di relazione col figlio che poi sfocia nell’isolamento. Le fonti di pressioni e di concause possono davvero essere infinite, tuttavia esse portano alla medesima conseguenza per cui il ragazzo desidera fuggire da questa sofferenza.

D: Spesso, la scelta di isolarsi volontariamente dal contesto sociale viene scambiata per depressione, ci può spiegare la differenza?

R: Si parla di hikikomori quando la scelta dell’isolamento derivi da una presa di coscienza della propria realtà che non è influenzata da sintomi depressivi ma che sia la somma della sofferenza nelle relazioni e nello stare in società: quando l’isolamento è determinato dalla sofferenza nel relazionarsi e nello stare in contesti sociali, solo in questo caso si può parlare di hikikomori. Esistono già tutta una serie di psicopatologie riconosciute e studiate che possono provocare come effetto secondario quello dell’isolamento sociale, ma non sono da ricondursi all’hikikomori: in altre parole, se l’isolamento deriva da una depressione, io non penso si possa parlare di hikikomori; allo stesso modo, se il mio isolamento deriva da una dipendenza dal web, si parlerà di una mia dipendenza dai mezzi di comunicazione, senza quindi confonderlo col problema degli hikikomori. Sicuramente, una parte prolungata di isolamento può portare a tutta una serie di psicopatologie che però avvengono in una fase secondaria alla scelta dell’isolamento e sono causate dal ritiro prolungato e da cosa avviene dopo il ritiro.

D: Quale visione ha del futuro un hikikomori?  

R:    L’hikikomori affronta il futuro con un processo di evitamento ed è fonte di grande sofferenza per tutte quelle pressioni e realizzazioni sociali inerenti, ad esempio, alla carriera lavorativa e scolastica. Il futuro è vissuto come un appiattimento sul presente e un rifiuto, perché è fonte di grande malessere. Quando ad un hikikomori viene spiegato che lui un giorno dovrà diventare indipendente e gradualmente uscire da questa situazione, egli tende ad attivare un processo di evitamento, per cui questo pensiero viene semplicemente eliminato e ciò comporta una grossa sofferenza a livello del subconscio.

D: Secondo la sua esperienza, di cosa ha maggior bisogno un hikikomori?

R: Ha bisogno di comprensione (anche se si sostiene che sia proprio questa a portare il ragazzo ad approfittarsi della situazione): questi ragazzi soffrono già molto e quindi mettere ulteriore pressione provoca in loro semplicemente maggior sofferenza. Bisogna cercare di interpretare quali sono le loro difficoltà, poiché, molto spesso, i genitori e gli addetti ai lavori che fanno parte di un’altra generazione non capiscono fino in fondo quelle che sono le ansie, le paure e i dolori che vivono i ragazzi. Per questa mancanza di comprensione, i genitori non riescono a fare quel passo verso i loro figli per riuscire a sviluppare un rapporto di comunicazione più efficace e più profondo.

Sono convinto che questi ragazzi invece di essere giudicati debbano essere compresi perché il loro isolamento rappresenta un campanello d’allarme per tutta la società, in quanto riflette una mancanza della società stessa di riuscire a tutelare in qualche modo anche le minoranze caratteriali e la loro fragilità emotiva.

D: Secondo lei, cosa ha da insegnare un hikikomori alla società moderna?

R: Io credo che se non ci fermiamo alle apparenze abbiamo molto da imparare da loro come società. L’hikikomori è un campanello d’allarme sociale che ci aiuta a capire che questo sistema competitivo/ capitalistico ha degli effetti collaterali gravi sui suoi protagonisti, per cui il rischio è quello che, proseguendo in questa direzione, si crei una spaccatura sociale e sempre più persone non saranno in grado di far parte di questa società così come è intesa oggi. Ritengo inoltre, che il fenomeno degli hikikomori non vada inteso come un disagio giovanile perché il Giappone ci insegna che questo prosegue anche dopo la fase dell’adolescenza: questo è un campanello d’allarme mondiale, una crisi sociale che ci deve fare aguzzare le antenne e cercare tutti insieme, con i sociologi e gli psicologi, di capire cosa bisogna modificare in questa società affinché non si crei questa frattura che porterebbe la società a spaccarsi in due e quindi a dividere chi è in grado di mantenere questi ritmi da chi invece non lo è. Un altro elemento su cui vorrei porre l’accento riguarda la crisi esistenziale di cui essi soffrono: questa depressione esistenziale riguarda un po’ tutti i giovani che si allontanano da quelle che sono le credenze religiose (a cui guardavano invece i loro genitori) e si trovano in qualche modo scoperti a livello esistenziale nell’intraprendere questo percorso che è la vita. La vera grande sfida per un hikikomori oggi, è riuscire a concentrare quella che è la propria intelligenza e la propria introspettività in un’attività che gli dia soddisfazione a livello sociale e lo renda appagato a livello umano. Questo proponimento potrebbe davvero rivelarsi la vera chiave di volta dell’intera questione.

Ringrazio il Dott. Crepaldi per averci fornito una visione più ampia dell’isolamento volontario giovanile in Italia.

 


Articolo realizzato da Martina Castellarin

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